Quando le idee non funzionano (e va bene così)
Ci sono testi che non decollano. Come quella volta in cui, dopo aver scritto le prime tre pagine di un racconto, ho riletto tutto e ho avuto l’impressione di sfogliare un libretto di istruzioni. Nessuna immagine, nessuna voce. Solo frasi piatte che non lasciavano traccia. Ho chiuso il file e l’ho dimenticato per mesi..Ci sono incipit salvati con entusiasmo e poi dimenticati in una cartella, come semi che non trovano terreno. Per anni ho considerato questi episodi come fallimenti. E lo erano. Ma non nel senso che credevo.
Con il tempo, ho imparato che nella scrittura creativa fallire fa parte del processo. Anzi: spesso è proprio attraverso ciò che non funziona che si aprono nuove possibilità. Alcuni racconti che oggi considero tra i miei più riusciti nascono da frammenti abbandonati, da scene eliminate, da idee che inizialmente sembravano deboli o sbagliate. Il punto non è evitare l’errore, ma riconoscere cosa sta cercando di dire.
C’è stato un periodo in cui cercavo con ostinazione di scrivere un racconto realistico, pulito, lineare. Ogni volta che ci provavo, mi bloccavo a metà. I personaggi suonavano falsi, i dialoghi piatti. Lì per lì ho pensato di non essere capace. Poi, un giorno, ho provato a riscrivere la stessa storia inserendo un sogno ricorrente in cui il protagonista parlava con la propria ombra, che aveva una voce diversa ogni volta. Quell’elemento, del tutto illogico, ha rotto lo schema e creato un varco nuovo nella narrazione inserendo un elemento onirico, completamente illogico. Un personaggio che non doveva esserci ha iniziato a parlare. E il testo ha preso vita.
Non tutte le idee devono funzionare. Alcune servono solo ad allenare lo sguardo. Ricordo un racconto scritto interamente dal punto di vista di un’eco: era caotico, difficile da seguire, e alla fine l’ho abbandonato. Ma da quella sperimentazione è nata una voce narrativa più acuta e ritmica, che ho poi utilizzato con efficacia in un testo completamente diverso. Altre hanno bisogno di mesi, o anni, per trovare la loro forma. Abituarsi a lasciare andare ciò che non tiene significa creare spazio per quello che può davvero emergere. E’ evidente che le parti tagliate, le pagine cancellate, le svolte cambiate sono spesso quelle che hanno generato la versione più autentica della storia.
Anche il blocco creativo, se accolto, può diventare terreno fertile. Ogni blocco ha una voce: a volte, come quella mattina in cui restai davanti al computer per due ore senza scrivere una riga, ho capito che quel silenzio diceva più della storia che stavo tentando di forzare. È stato proprio quel vuoto a spingermi a cambiare direzione, a mollare il progetto iniziale e cominciare un testo completamente nuovo, che poi è diventato uno dei racconti più sentiti che abbia mai scritto. A volte dice “non è questo il momento”, altre volte dice “c’è qualcosa che non stai ascoltando”. Invece di forzare il testo, si può iniziare a dialogarci. Cambiare punto di vista, riscrivere una scena da un personaggio secondario, o rispondere al blocco con una lettera immaginaria.
Fallire creativamente non significa rinunciare. Significa attraversare. Lasciare che il testo si perda per ritrovare un’altra via. Dare valore anche alle idee provvisorie, agli incipit sbagliati, agli esperimenti falliti. Perché ogni tentativo lascia una traccia. Vale la pena tornarci, magari rileggendo oggi ciò che ieri sembrava sbagliato, e domandarsi: c’è qualcosa, qui dentro, che stava solo aspettando il momento giusto per emergere? E a volte, proprio da quella traccia, nasce qualcosa che prima non si poteva immaginare.


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