“Non dovrei essere geloso”, “non posso essere arrabbiato”, “dovrei essere felice”: cosa succede se smetti di correggere ciò che senti
Rabbia, gelosia, invidia, sollievo e insofferenza possono diventare ancora più difficili da comprendere se, prima ancora di ascoltarle, decidiamo che non dovremmo provarle. La scrittura terapeutica può offrire uno spazio in cui riconoscere un’emozione senza confonderla con ciò che scegliamo di fare.
Ci sono emozioni che riusciamo ad accogliere con relativa facilità e altre che, appena compaiono, cerchiamo immediatamente di correggere. Non facciamo quasi in tempo a riconoscerle che nella mente arriva una seconda frase: non dovrei sentirmi così. Succede con la gelosia, con l’invidia, con alcune forme di rabbia, ma anche con emozioni apparentemente meno problematiche. Possiamo provare sollievo dopo la fine di una relazione e sentirci in colpa per questo, essere insofferenti verso una persona che amiamo oppure scoprire di essere felici proprio mentre qualcuno vicino a noi attraversa un momento difficile.
A complicare ciò che proviamo, quindi, non è sempre l’emozione in sé. A volte è il giudizio che arriva subito dopo.
La scrittura terapeutica può diventare uno spazio interessante proprio perché permette di separare questi due momenti. Prima c’è ciò che sentiamo. Poi c’è ciò che pensiamo di quello che sentiamo. Sembrano la stessa cosa, ma non lo sono.
“Non dovrei sentirmi così”
Immagina di incontrare un’amica che ti racconta di avere ottenuto proprio quell’opportunità professionale che desideravi da tempo. Sei contento per lei, ma contemporaneamente avverti una punta di invidia. La reazione potrebbe essere immediata: “Che brutta cosa, dovrei essere soltanto felice per lei”.
A quel punto l’invidia non è più l’unica emozione presente. Si aggiungono il senso di colpa, il giudizio verso te stesso e forse il bisogno di dimostrarti che non sei una persona invidiosa.
Eppure le due cose possono convivere. Puoi essere sinceramente contento per qualcuno e, nello stesso tempo, sentire che il suo successo tocca un tuo desiderio rimasto insoddisfatto.
Se invece elimini subito l’emozione perché non corrisponde all’immagine che vorresti avere di te, perdi una possibilità di comprenderla. Forse quell’invidia non sta dicendo “non voglio che l’altra persona abbia successo”. Potrebbe dirti qualcosa di molto diverso: “Anch’io desidero quella possibilità e mi dispiace non averla ancora avuta”.
Ascoltare un’emozione significa anche concedersi il tempo necessario per capire che cosa sta raccontando prima di stabilire se sia giusta o sbagliata.
Provare qualcosa non significa scegliere di farlo
Questo è forse il punto più importante. Un’emozione non è un comportamento.
Essere arrabbiati con qualcuno non significa avere il diritto di aggredirlo. Provare gelosia non autorizza a controllare il partner. Sentire invidia non significa desiderare il fallimento di un’altra persona. Essere insofferenti verso qualcuno che amiamo non significa necessariamente aver smesso di amarlo.
Possiamo riconoscere un’emozione senza trasformarla in un’azione.
Questa distinzione rende possibile una scrittura molto più sincera. Se sappiamo che ciò che mettiamo sulla pagina non rappresenta automaticamente ciò che faremo, possiamo permetterci di scrivere anche pensieri scomodi.
“Mi sono arrabbiata moltissimo.”
“Per un momento ho desiderato di non dovermi occupare di nessuno.”
“Quando mi ha raccontato quella notizia ho provato invidia.”
“Dopo che se n’è andato ho sentito anche sollievo.”
Nessuna di queste frasi definisce interamente una persona. Descrive ciò che ha provato in un determinato momento.
Anche le emozioni positive possono sembrare sbagliate
Siamo abituati a pensare che siano soprattutto rabbia, gelosia e invidia a creare disagio. In realtà possiamo giudicare anche emozioni piacevoli.
Il sollievo ne è un esempio particolarmente interessante. Può comparire dopo la fine di una situazione molto faticosa e convivere con la tristezza. Una persona che ha assistito a lungo un familiare malato può provare dolore dopo la sua morte e, contemporaneamente, sollievo perché è terminato un periodo estremamente pesante. Riconoscere quella sensazione può essere difficile perché immediatamente compare il pensiero: “Non dovrei sentirmi sollevato”.
Qualcosa di simile può accadere con la felicità. Una buona notizia arriva mentre una persona vicina sta soffrendo e improvvisamente sembra quasi inappropriato essere contenti.
Ma la nostra esperienza emotiva raramente procede secondo categorie ordinate. Possiamo essere tristi e sollevati, amare qualcuno e avere bisogno di distanza, essere felici per un successo e preoccupati per ciò che comporterà. Accettare questa complessità non significa diventare incoerenti; significa riconoscere che le emozioni possono coesistere.
Il giudizio che nasconde l’emozione
Nella scrittura il giudizio si riconosce spesso da alcune parole: dovrei, non dovrei, è assurdo, è sbagliato, non ha senso, non posso.
Prova a rileggere alcune pagine del tuo diario cercandole. Potresti scoprire che compaiono proprio nei punti in cui l’emozione diventa più difficile da accettare.
“Non dovrei essere arrabbiato perché in fondo non l’ha fatto apposta.”
“Non posso essere gelosa, non ne ho motivo.”
“Dovrei essere contenta di quello che ho.”
La domanda da porsi non è immediatamente se quelle frasi siano ragionevoli. Prima può essere più utile eliminarle temporaneamente e vedere cosa rimane.
“Mi sento arrabbiato.”
“Sono gelosa.”
“Non sono contenta come pensavo che sarei stata.”
Da qui può iniziare l’esplorazione. Che cosa ha provocato questa emozione? Che cosa sembra toccare? È già comparsa in situazioni simili? Che bisogno potrebbe esserci dietro?
Non è necessario trovare sempre una spiegazione. Il primo obiettivo è riuscire a osservare ciò che c’è senza correggerlo mentre lo stiamo ancora guardando.
Un esercizio: l’emozione che faccio fatica ad ammettere
Prendi una pagina e completa questa frase:
“L’emozione che faccio più fatica ad ammettere è…”
Poi continua a scrivere per dieci minuti.
C’è però una regola: durante quei dieci minuti prova a non giustificarti. Se hai scritto che provi invidia, non aggiungere immediatamente che naturalmente vuoi bene alla persona. Se hai scritto di essere arrabbiato, non spiegare subito perché probabilmente non dovresti esserlo. Se hai ammesso di aver provato sollievo, non cercare di dimostrare che questo non fa di te una persona insensibile.
Descrivi soltanto l’emozione. Quando compare? Con chi? Come la riconosci? Cosa succede nel corpo? Quali pensieri la accompagnano?
Terminati i dieci minuti, rileggi e aggiungi una seconda frase:
“Se per qualche minuto smettessi di giudicare questa emozione, cosa potrebbe dirmi?”
Potrebbe non arrivare nessuna risposta particolarmente profonda. Va bene anche così. L’obiettivo dell’esercizio non è scoprire una verità nascosta, ma sperimentare la differenza tra provare un’emozione e processarla immediatamente attraverso il giudizio.
Fare spazio non significa dare ragione a tutto ciò che sentiamo
Accogliere un’emozione non significa considerarla una rappresentazione oggettiva della realtà. Posso sentirmi escluso senza essere stato realmente escluso. Posso essere geloso senza che esista un tradimento. Posso provare paura davanti a qualcosa che non costituisce un pericolo concreto.
Le emozioni forniscono informazioni sulla nostra esperienza, non necessariamente una descrizione esatta di ciò che sta accadendo fuori di noi.
Per questo la scrittura può essere utile: permette di riconoscere prima ciò che sentiamo e, in un secondo momento, di interrogarlo. Possiamo chiederci quali fatti sostengono la nostra interpretazione, se abbiamo già vissuto qualcosa di simile e quale risposta vogliamo scegliere.
Tra il sentire e l’agire esiste uno spazio. Scrivere può aiutarci ad allargarlo.
FAQ
Esistono emozioni sbagliate?
È più utile distinguere l’emozione dal comportamento. Possiamo provare emozioni spiacevoli o difficili da accettare senza essere obbligati ad agire sulla loro base. Sono invece le azioni che richiedono responsabilità e scelta.
Se provo invidia significa che sono una persona invidiosa?
Provare un’emozione in una determinata situazione non definisce l’intera personalità. Può essere più utile chiedersi che cosa abbia attivato quella reazione e quale desiderio o confronto stia emergendo.
Perché alcune emozioni provocano immediatamente senso di colpa?
Il modo in cui giudichiamo le emozioni è influenzato anche da ciò che abbiamo imparato nel corso della vita, dalle relazioni e dalle idee su ciò che consideriamo accettabile. Per questo alcune emozioni vengono tollerate più facilmente di altre.
Scrivere liberamente ciò che provo può farmi stare peggio?
Può accadere che la scrittura renda momentaneamente più evidenti emozioni difficili. Non è necessario forzarsi a continuare. Se ciò che emerge diventa troppo intenso o difficile da gestire, la scrittura non deve sostituire un sostegno professionale.
Devo cercare di cambiare l’emozione dopo averla riconosciuta?
Non necessariamente. Prima di cercare di modificarla può essere utile comprenderne il contesto, osservare cosa la attiva e distinguere ciò che senti da ciò che deciderai di fare.
Non abbiamo bisogno di approvare tutto ciò che proviamo, e nemmeno di trovare una spiegazione per ogni emozione. Possiamo però concederci di riconoscerla prima di pronunciare una sentenza. Una pagina privata può diventare proprio questo: un luogo in cui rabbia, invidia, gelosia, sollievo e sentimenti contraddittori possono essere nominati senza trasformarsi immediatamente in una definizione di chi siamo. Solo dopo averli ascoltati possiamo decidere che cosa farne


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