figura di uomo di spalle seduto con neve accanto intento a osservare il mare

Scrivere per capire. Anche ciò che non ha ancora un nome

“La scrittura è il luogo dove si può dire tutto, anche ciò che non si è ancora capito.”
Marguerite Duras

Ci sono pensieri che non hanno ancora forma. Emozioni che abitano il corpo senza passare dal linguaggio, contraddizioni che non trovano ordine ma chiedono ascolto. Eppure, quando si scrive, qualcosa accade: l’informe inizia a delinearsi, il caos a respirare, l’invisibile a mostrarsi con contorni nuovi.

Marguerite Duras, con la sua voce lucida e inquieta, lo afferma con semplicità spiazzante: si può scrivere anche ciò che non si è ancora compreso. Anzi, forse è proprio lì che la scrittura trova il suo senso più profondo. Non per raccontare certezze, ma per attraversare zone oscure, ancora mute, ancora fragili.

Scrivere diventa allora un atto di coraggio. Non si tratta di spiegare, ma di stare. Di restare dentro la domanda, di accogliere l’ambiguità, di nominare le cose mentre si stanno ancora trasformando. È in quel gesto che può nascere qualcosa di autentico.

E se una frase resta sospesa, se un paragrafo inciampa nel dubbio, va bene così. La scrittura non è la fine del pensiero, ma il suo inizio più vero.



Commenti

2 risposte a “Scrivere per capire. Anche ciò che non ha ancora un nome”

  1. Avatar Le perle di R.

    Concordo col tuo pensiero e bellissima la frase di chiusura

  2. Avatar Francesca

    Sempre Grata a te, Rita!

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