Né pulito. Né lineare
Mi sono chiesta spesso se chiamarlo davvero “mestiere”. Perché scrivere, per me, non è mai stato qualcosa di ordinato, di prevedibile, di “professionale” in senso stretto.
Non c’è una scrivania sempre in ordine. Non ci sono orari precisi. Non ci sono clienti che aspettano con ansia il prodotto finito. Eppure è un lavoro. Un lavoro invisibile, spesso solitario, che ti prende anche quando non stai scrivendo. Che si infiltra nei pensieri, nei ricordi, nei gesti piccoli della giornata.
Scrivere è anche questo: stare nel dubbio
C’è un tipo di fatica che non si vede. È quella dell’essere costantemente sospesa tra il voler dire e il non sapere come. Tra l’urgenza di scrivere e la paura di farlo male. Tra il sentire che quel racconto è importante e il timore che non venga capito.
E allora a volte taccio. A volte riscrivo venti volte la stessa frase. Altre ancora lascio perdere del tutto, finché non succede qualcosa — fuori o dentro — che riaccende la fiamma.
Nessuno ti insegna a sopportare il silenzio
Non parlo del silenzio intorno, quello si cerca. Parlo del silenzio dentro, quello in cui ti chiedi: ma ha senso quello che sto facendo?Sta arrivando a qualcuno, questa storia che mi ha tenuta sveglia per notti intere?
In quei momenti ho capito che scrivere è anche ascoltare. Resistere. Scegliere di restare nella stanza, anche se le parole non arrivano subito.
Tre cose che mi sono servite per restare fedele alla scrittura (quando avrei voluto mollarla)
- Riconoscere che la scrittura ha un tempo non mio
Ci sono storie che bussano e vogliono uscire subito. Altre che restano anni in un angolo, e poi un giorno si accendono con una frase ascoltata per caso. Non forzarle è una forma di rispetto. Anche verso me stessa. - Accettare che non sarò mai “solo” una scrittrice
Sono anche altro. Lavoro, vivo, amo, crollo, mi rialzo. E tutto questo entra nei miei testi, anche quando non lo dico esplicitamente. Non devo assomigliare a nessun modello. Devo solo continuare a cercare la mia voce. - Ricordarmi che scrivere non è produrre, ma trasformare
Non sempre si scrive per pubblicare. A volte si scrive per capire, per chiudere un cerchio, per dare forma a qualcosa che ci abita. Ogni parola scritta ha valore, anche se resta nel cassetto.
Scrivere è anche sentirsi soli. Ma non esserlo del tutto.
Perché ogni volta che scelgo di condividere un testo, un dubbio, una riflessione come questa, succede qualcosa. Qualcuno dall’altra parte si riconosce. Mi scrive. Mi dice “anch’io”.
E allora torno a crederci. Non nella scrittura perfetta. Ma nella scrittura che crea legami. Anche invisibili.
Se anche tu scrivi, o hai scritto, o stai cercando il coraggio di farlo, sappi che questo mestiere è fatto di imperfezioni, di pause, di ritorni. Ma è anche uno dei modi più autentici che conosco per restare in contatto con ciò che ci rende umani.


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