Leggi l’ottava parte
Ogni teatro, dopo l’ultima replica, diventa un luogo di assenza. Restano i segni delle sedie spostate, qualche piuma di costume, un profumo vago di colla e cipria. Ma chi ha vissuto quel silenzio sa che non è mai un vero silenzio. È un respiro trattenuto. Una pausa. Un modo per dire “ci sono ancora”, anche quando le voci tacciono.
Arturo lo aveva capito tardi, forse troppo. Aveva passato anni a sistemare le luci degli altri, senza accorgersi che anche lui ne possedeva una, minuscola ma tenace, nascosta tra le mani. Era quella la sua uscita di sicurezza: non una via di fuga, ma un ritorno. Tornare alla propria luce, a ciò che si muove dentro quando tutto intorno sembra spento.
Ogni volta che entro in teatro, penso a lui. Alle chiavi, alla porta, al bagliore che cresceva piano, fino a trasformarsi in respiro. Penso che ci somigliamo un po’ tutti, quando restiamo a lungo dietro le quinte: invisibili, ma necessari. E che forse anche la vita, come un palcoscenico, ha bisogno di chi accende e di chi osserva, di chi apre e di chi resta.
Alla fine, non c’è mai davvero un buio totale.
C’è sempre una piccola luce che resta accesa, in fondo alla scena.
Una che non illumina il palco, ma indica la strada per tornare a casa.


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