Blocco creativo: imparare ad aspettare
Il blocco creativo non arriva sempre all’improvviso: a volte compare dopo giorni in cui le parole sembravano arrivare tutte insieme.
Ci sono giorni in cui le parole si presentano in fila alla porta, educate ma insistenti, una dopo l’altra. Mi sveglio con la sensazione di averle già scritte, da qualche parte, e tutto quello che devo fare è trascriverle prima che scappino. In quei giorni, potrei restare ore seduta, dimenticarmi di mangiare, non rispondere al telefono. Scrivo senza capire da dove venga quell’urgenza, e non importa. Il corpo segue, la mente tiene il passo, e qualcosa dentro si apre. Sono giornate che sembrano regalate.
Poi arrivano i vuoti, quello che oggi so riconoscere come blocco creativo. Non un’assenza drammatica, non sempre. A volte è solo silenzio. Come se la porta fosse chiusa, o meglio: come se nessuno bussasse più. Nessuna idea nuova, nessuna frase che prende forma mentre cammino. Solo il rumore delle cose da fare, della vita che scorre. Il resto tace.
All’inizio, quando scrivevo da meno tempo (o con più bisogno di dimostrare), mi facevo prendere dal panico. Pensavo che fosse finita. Che fosse stato un caso, una fortuna temporanea. Che la scrittura non fosse davvero mia.
Ci ho messo tempo — e molte pagine scartate — per capire che anche il blocco creativo fa parte del processo. Che la discontinuità non è un fallimento, ma una forma. La scrittura, almeno per me, non è una linea retta. È una marea. E come ogni marea, ha bisogno di andare e tornare.
C’è un tempo del fuoco e un tempo del riposo. Un tempo per raccogliere parole e un tempo per lasciarle sedimentare. Un tempo per la velocità dell’intuizione e un tempo per l’ascolto lento.
Il punto è che non sempre questi tempi coincidono con ciò che “dovrei” fare. Ci sono scadenze, blog da aggiornare, progetti da completare. Eppure ogni volta che forzo, lo sento: le parole diventano più asciutte, più rigide. Non mentono, anche quando provo a costringerle.
Nei momenti di vuoto, ho imparato a fare spazio. Non più per forza alla scrittura, ma alla vita che la nutre. Cammino, cucino, leggo senza ansia di scrivere, parlo con persone che mi fanno bene. E piano piano qualcosa torna. Una scena, un’immagine, una frase che sembrava dimenticata e invece aspettava il suo tempo.
Ho capito che non serve colpevolizzarsi.
Non sono meno “scrittrice” se non scrivo ogni giorno.
Non sono meno autentica se a volte mi fermo.
Scrivere è anche saper aspettare.
Nel tempo ho creato dei piccoli riti per quando le parole si nascondono. Non per farle uscire a forza, ma per ricordarmi che torneranno. Un tè al mattino con la tazza preferita, una passeggiata senza cellulare, una frase lasciata a metà su un taccuino. Sono promemoria gentili. Non promesse, ma inviti.
Scrivere a ondate non significa essere incostanti. Significa essere vivi. E in fondo, a ben pensarci, anche le parole hanno bisogno di respirare.
Il blocco creativo non significa che la scrittura se ne sia andata, ma che sta aspettando il suo tempo per tornare.


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