Con la scrittura terapeutica possiamo dare voce a ciò che non abbiamo detto, alle parole che restano ferme in gola come sassolini troppo piccoli per essere notati ma troppo pesanti per essere dimenticati.
Ci sono parole, però, che restano ferme in gola, come sassolini troppo piccoli per essere notati ma troppo pesanti per essere dimenticati.
Le tratteniamo per pudore, per paura di ferire, o semplicemente perché non troviamo il momento giusto. E così si accumulano, una sull’altra, fino a diventare un muro invisibile tra noi e gli altri o tra noi e noi stessi.
Scrittura terapeutica: dare voce a ciò che non siamo riusciti a dire
Tutti abbiamo qualcosa che non abbiamo detto e proprio per questo la scrittura terapeutica può diventare uno spazio in cui lasciare uscire ciò che non ha mai trovato parole. A volte è una confessione mancata, altre una gratitudine rimandata, una rabbia taciuta, una verità che sembrava inutile. Ma la scrittura ha un dono raro: può dare voce a tutto ciò che non ha mai avuto la possibilità di essere pronunciato.
Quando scriviamo una lettera che non invieremo mai, accade qualcosa di profondamente umano. Le parole smettono di cercare un destinatario esterno e cominciano a parlare a noi.
Non scriviamo più per convincere o per spiegare: scriviamo per liberarci.
E nel farlo, scopriamo che molte delle cose che credevamo rivolte a qualcuno, in realtà erano dirette verso di noi — verso la parte che cercava di capire, perdonare o lasciare andare.
Nella scrittura terapeutica, scrivere ciò che non abbiamo detto è un atto di coraggio silenzioso. Significa scegliere la sincerità senza testimoni, accettare di guardare dentro il non detto e renderlo parola, almeno per un istante.
E spesso, dopo averlo fatto, non serve più inviare quella lettera: il semplice gesto di scriverla basta per sciogliere qualcosa.
Scrivere ciò che non abbiamo detto è uno dei gesti più profondi della scrittura terapeutica: trasformare il silenzio in parole, anche se resteranno solo nostre.


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