lettere scritte a mano una sull'altra sopra un tavolo di legno

Ci sono parole che ho scritto solo una volta – scrittura terapeutica e consapevolezza

A volte una frase scritta di getto dice più di cento pagine. È anche per questo che considero la scrittura terapeutica uno degli strumenti più sinceri per capire cosa proviamo davvero.

Non ricordo esattamente quando ho iniziato a scrivere per attraversare i miei nodi. Forse da sempre, in forme diverse.
Ma so con certezza che ci sono frasi che ho scritto una volta sola.
Non le ho mai rilette, né riscritte, né inserite in racconti. Eppure hanno fatto quello che dovevano fare: aprire un varco.

Una in particolare la ricordo nitidamente. Era una sera qualunque, una giornata stanca, e stavo scrivendo su un quaderno — senza intenzione di trasformare nulla in qualcosa di “bello”.
E a un certo punto, senza pensarci troppo, ho scritto: “Forse non era amore. Era solo fame.”

Mi sono fermata. Non per censura. Ma perché quella frase mi aveva appena svelato qualcosa che non avevo mai avuto il coraggio di ammettere.

Non era letteratura. Non era nemmeno scrittura “di qualità”. Era una lama sottile, precisa. Era una frase-soglia.

Quelle parole non avevano bisogno di essere perfezionate. Non volevano un racconto intorno. Non cercavano lettori. Mi bastava averle scritte. Perché scriverle aveva già cambiato tutto.

Col tempo ho imparato che la scrittura non serve solo a creare. Serve anche a segnare. A delimitare una stagione, un passaggio, una consapevolezza.

Ci sono parole che tornano mille volte. Che si riscrivono, si correggono, si cercano. E poi ce ne sono altre — rare, improvvise — che arrivano una sola volta e fanno centro.
Non per forza per chi legge. Ma per chi scrive.

Quelle frasi le riconosci subito. Perché non ti viene voglia di modificarle. Non le rileggi cento volte. Le scrivi e poi le lasci andare. Come si fa con le cose che non servono più… ma che servivano proprio in quel momento.

A volte penso che siano le più oneste. Quelle che scrivi per te, e non per nessun altro. Quelle che non hanno bisogno di approvazione, né di un finale. Quelle che non sai se siano poesia o prosa, ma che ti salvano un pezzo di cuore.

Ogni tanto, riaprendo vecchi appunti, ne trovo una e mi fermo a guardarla come si fa con una fotografia che non ricordavi di avere. Non la pubblico. Non la “uso”. La lascio lì. Perché ha già fatto il suo lavoro.

E forse è questo il mistero più intimo della scrittura: alcune parole non sono nate per restare. Sono nate per passare.

Scrittura terapeutica: quando una frase scritta di getto dice più di cento pagine

Col tempo ho capito che la scrittura, soprattutto quando diventa scrittura terapeutica, non serve solo a creare ma anche a attraversare passaggi difficili.

Non ricordo esattamente quando ho iniziato a scrivere per attraversare i miei nodi. Forse da sempre, in forme diverse.
Ma so con certezza che ci sono frasi che ho scritto una volta sola.
Non le ho mai rilette, né riscritte, né inserite in racconti. Eppure hanno fatto quello che dovevano fare: aprire un varco.

Una in particolare la ricordo nitidamente. Era una sera qualunque, una giornata stanca, e stavo scrivendo su un quaderno — senza intenzione di trasformare nulla in qualcosa di “bello”.
E a un certo punto, senza pensarci troppo, ho scritto: “Forse non era amore. Era solo fame.”

Mi sono fermata. Non per censura. Ma perché quella frase mi aveva appena svelato qualcosa che non avevo mai avuto il coraggio di ammettere.

Non era letteratura. Non era nemmeno scrittura “di qualità”. Era una lama sottile, precisa. Era una frase-soglia.

Quelle parole non avevano bisogno di essere perfezionate.
Non volevano un racconto intorno. Non cercavano lettori. Mi bastava averle scritte. Perché scriverle aveva già cambiato tutto.

Col tempo ho imparato che la scrittura non serve solo a creare. Serve anche a segnare. A delimitare una stagione, un passaggio, una consapevolezza.

Ci sono parole che tornano mille volte. Che si riscrivono, si correggono, si cercano. E poi ce ne sono altre — rare, improvvise — che arrivano una sola volta e fanno centro.
Non per forza per chi legge. Ma per chi scrive.

Quelle frasi le riconosci subito. Perché non ti viene voglia di modificarle. Non le rileggi cento volte. Le scrivi e poi le lasci andare. Come si fa con le cose che non servono più… ma che servivano proprio in quel momento.

A volte penso che siano le più oneste. Quelle che scrivi per te, e non per nessun altro. Quelle che non hanno bisogno di approvazione, né di un finale. Quelle che non sai se siano poesia o prosa, ma che ti salvano un pezzo di cuore.

Ogni tanto, riaprendo vecchi appunti, ne trovo una.
E mi fermo a guardarla come si fa con una fotografia che non ricordavi di avere. Non la pubblico. Non la “uso”. La lascio lì. Perché ha già fatto il suo lavoro.

E forse è questo il mistero più intimo della scrittura: alcune parole non sono nate per restare. Sono nate per passare.


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Commenti

2 risposte a “Ci sono parole che ho scritto solo una volta – scrittura terapeutica e consapevolezza”

  1. Avatar Le perle di R.

    Sono d’accordo con te Francesca 🙂

  2. Avatar Francesca

    Grazie Rita!!! Ne avevo bisogno 🌺

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