L’identità narrativa e racconto di sé si costruiscono ogni volta che scegliamo come raccontare la nostra storia, decidendo cosa mostrare e cosa lasciare fuori. In psicologia si parla di identità narrativa per indicare il modo in cui costruiamo il senso di noi stessi attraverso le storie che raccontiamo.
L’identità narrativa e racconto di sé non coincidono mai completamente con ciò che è accaduto
Ogni volta che raccontiamo qualcosa di noi, facciamo una scelta.
Scegliamo cosa mostrare, cosa accennare, cosa lasciare fuori. Non sempre per mentire, ma per proteggerci. Per rendere la storia abitabile, coerente, raccontabile. La versione che offriamo agli altri non è falsa: è selettiva. È una narrazione che tiene insieme ciò che siamo disposti a riconoscere pubblicamente di noi stessi.
Questa distanza tra ciò che è accaduto e ciò che viene raccontato è uno spazio narrativo prezioso. È lì che nascono le storie più interessanti, perché non parlano solo dei fatti, ma del modo in cui costruiamo un’identità attraverso il racconto. Ogni omissione, ogni deviazione, ogni semplificazione è una traccia. Dice qualcosa di ciò che difendiamo, di ciò che non siamo pronti a guardare, di ciò che temiamo possa incrinare l’immagine che abbiamo costruito.
L’identità narrativa e racconto di sé si formano proprio in questo spazio, dove la persona organizza i fatti in modo da poterli sostenere emotivamente e socialmente.
Nella scrittura, lavorare su questo scarto significa spostare l’attenzione dal “cosa è successo” al “come viene raccontato”. Il conflitto non è nell’evento, ma nella narrazione dell’evento. Il personaggio parla, spiega, sorride forse, ma il lettore percepisce una frizione sottile. Qualcosa non torna del tutto. Un dettaglio manca. Un tono è troppo controllato. Una frase arriva troppo presto, come a chiudere una possibilità scomoda.
Raccontare la versione che diamo agli altri è un atto profondamente psicologico. Mostra il modo in cui costruiamo continuità, come evitiamo le zone d’ombra, come trasformiamo l’esperienza in una storia che possiamo sostenere. Non si tratta di smascherare, ma di osservare. Di stare in quella zona ambigua in cui il personaggio non mente apertamente, ma nemmeno dice tutto. Spesso è proprio in questa zona intermedia che si percepisce la fragilità della storia che raccontiamo, il bisogno che resti coerente anche quando dentro qualcosa non lo è più.
A volte questa versione raccontata diventa così familiare che finiamo per crederci davvero, anche quando non coincide più del tutto con ciò che abbiamo provato. Non è un inganno volontario, ma un modo per mantenere continuità, per non perdere il filo tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.
In questo tipo di scrittura, la verità non è mai dichiarata, perché l’identità narrativa e racconto di sé si formano anche attraverso ciò che resta implicito.
È affidata allo sguardo del lettore, che coglie le incongruenze, i vuoti, le parole troppo lisce. È una verità indiretta, ma proprio per questo più credibile. Più vicina a come funzioniamo davvero.
Esercizio creativo
Scrivi una scena in cui un personaggio racconta a qualcuno un fatto reale della propria vita. Può essere un episodio recente o lontano, importante o apparentemente banale. La scena può essere un dialogo, un racconto a voce, una confidenza.
Lascia che il personaggio parli con naturalezza. Non renderlo sospetto. Ma fai in modo che il lettore capisca che qualcosa viene omesso o deformato. Un dettaglio che non viene mai nominato. Un passaggio accelerato. Una spiegazione troppo ordinata. Una frase che chiude troppo in fretta.
Non chiarire cosa sia la verità. Limitati a mostrare la distanza tra l’esperienza e la sua versione raccontata. È in quello spazio che nasce la profondità.
L’identità narrativa e racconto di sé non coincidono mai completamente con ciò che è accaduto, ma è proprio in questa distanza che prende forma la continuità con cui riusciamo a riconoscerci.


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