Ciò che eviti di scrivere racconta di te quanto ciò che metti sulla pagina
Le parole che non scriverai mai possono rivelare emozioni, paure e punti ciechi che continuano a influenzare la tua vita senza che tu te ne accorga.
Chi utilizza la scrittura come strumento di consapevolezza impara presto a osservare le parole che compaiono sulla pagina. Cerca ricorrenze, emozioni, immagini che si ripetono e significati nascosti tra le righe. C’è però un aspetto meno evidente e forse ancora più interessante: le parole che non arrivano mai.
Non sto parlando del blocco dello scrittore o della pagina bianca. Mi riferisco a quegli argomenti che sfiori e poi abbandoni, a quelle emozioni che descrivi in mille modi diversi senza mai nominarle davvero, alle domande che continui a rimandare. Se la scrittura terapeutica è uno specchio, non riflette soltanto ciò che mostri. A volte riflette anche ciò che continui a tenere fuori dall’inquadratura.
Molte persone pensano che il lavoro di consapevolezza consista nel cercare sempre nuove parole. In realtà, a volte la domanda più utile è un’altra: “Cosa non sto scrivendo?”
Gli argomenti che continui ad aggirare
Può capitare di riempire pagine intere parlando di lavoro, famiglia, organizzazione quotidiana o piccoli problemi pratici, senza mai affrontare ciò che realmente pesa. Non è una scelta consapevole. È un meccanismo naturale.
Immagina una persona che scrive regolarmente da mesi. Ogni volta racconta la fatica della giornata, il poco tempo a disposizione, la stanchezza accumulata. Rileggendo le sue pagine, però, emerge qualcosa di curioso: non parla mai della fine di una relazione avvenuta l’anno precedente. Non la nomina, non la cita, non la collega mai a quello che prova. Eppure quella presenza silenziosa sembra occupare tutto lo spazio.
Gli argomenti che evitiamo non scompaiono. Spesso si nascondono dietro temi più accettabili o più facili da affrontare. La scrittura può aiutarti a individuarli se impari a osservare non solo ciò che racconti, ma anche ciò che manca.
Le emozioni a cui cambiamo nome
Esiste un altro modo molto comune per evitare alcune verità: cambiare nome alle emozioni.
Quante volte scriviamo di essere stanchi, quando in realtà siamo delusi? Quante volte definiamo una situazione “stressante” quando ci sentiamo feriti? Quante volte chiamiamo confusione ciò che assomiglia molto alla paura?
Non lo facciamo per mentire. Lo facciamo perché alcune emozioni sono più facili da accettare di altre.
Pensiamo alla rabbia. Molte persone fanno fatica a riconoscerla e preferiscono parlare di nervosismo, irritazione o disagio. Oppure pensiamo alla tristezza. A volte viene sostituita da parole come stanchezza, apatia o demotivazione.
La prossima volta che rileggi una tua pagina, prova a chiederti se l’emozione che hai nominato è davvero quella principale oppure se ne sta proteggendo un’altra più difficile da vedere.
Le pagine lasciate a metà
Anche le interruzioni possono raccontare qualcosa. Hai presente quelle pagine che iniziano con entusiasmo e poi si fermano improvvisamente? Oppure quei testi che terminano proprio nel momento in cui stavano diventando interessanti?
Non sempre è mancanza di tempo. A volte la scrittura si interrompe perché si sta avvicinando a qualcosa di importante. Non necessariamente traumatico o doloroso, ma significativo.
Mi è capitato di rileggere vecchi quaderni e trovare frasi che terminavano con espressioni come: “Forse il vero problema è…” oppure “Quello che non riesco ad ammettere è…”. E subito dopo il nulla. Fine della pagina.
Quelle interruzioni sono preziose. Non perché vadano forzatamente completate, ma perché indicano una direzione. Segnalano un punto in cui qualcosa si è fermato e merita forse di essere osservato con maggiore attenzione.
Le domande che non ti fai mai
La scrittura terapeutica non serve solo a dare risposte. Serve anche a formulare domande migliori.
Esistono domande che facciamo continuamente a noi stessi: “Perché mi sento così?”, “Perché succede sempre a me?”, “Come posso risolvere questo problema?”.
Poi esistono domande che evitiamo. Forse perché temiamo la risposta. Forse perché ci obbligherebbero a guardare una situazione da un’altra prospettiva.
Ad esempio, invece di chiederti perché una certa situazione ti fa soffrire, potresti domandarti cosa continui a ottenere restando in quella situazione. Oppure, invece di chiederti cosa manca nella tua vita, potresti chiederti cosa stai evitando di cambiare.
Le domande che non ti fai spesso indicano le aree della tua vita che hanno più bisogno di attenzione.
Come riconoscere i tuoi punti ciechi
Nessuno vede tutto di sé stesso. Abbiamo tutti dei punti ciechi, zone che osserviamo poco o che preferiamo ignorare.
La buona notizia è che la scrittura lascia tracce. Se rileggi ciò che hai scritto negli ultimi mesi, prova a cercare tre cose:
- Gli argomenti che non compaiono mai.
- Le emozioni che nomini raramente.
- Le frasi che interrompi o che lasci in sospeso.
Non cercare spiegazioni immediate. Limitati a osservare.
Spesso la consapevolezza nasce proprio così: non da una scoperta improvvisa, ma dall’accorgersi di una ripetizione, di un’assenza, di uno schema che fino a quel momento era rimasto invisibile.
Un piccolo esercizio
Prendi il tuo quaderno o rileggi alcune pagine recenti.
Poi rispondi a questa domanda senza pensarci troppo:
Qual è l’argomento che eviti sempre di scrivere?
Non cercare una risposta perfetta. Annota semplicemente la prima cosa che ti viene in mente.
Successivamente chiediti:
- Perché faccio fatica a scriverne?
- Quale emozione provo quando ci penso?
- Cosa temo possa emergere?
Non è necessario approfondire subito. A volte basta individuare la porta. Decidere se aprirla o meno potrà essere il passo successivo.
FAQ
Se evito un argomento significa che devo affrontarlo subito?
No. Riconoscere un’assenza è già un primo passo importante. Non tutto deve essere affrontato immediatamente.
E se non riesco a capire cosa sto evitando?
Può essere utile rileggere più pagine scritte in momenti diversi. I punti ciechi diventano più visibili nel tempo che in una singola rilettura.
È normale sentirsi a disagio durante questo esercizio?
Sì. Stai osservando qualcosa che fino a quel momento era rimasto sullo sfondo. Un certo disagio è naturale.
Devo scrivere per forza di ciò che evito?
Assolutamente no. La scrittura terapeutica non è un obbligo. Serve a creare consapevolezza, non a forzarti oltre i tuoi limiti.
Un pensiero finale
Spesso crediamo che la verità si trovi nelle parole che riusciamo a scrivere. A volte, però, una parte importante di quella verità vive proprio nelle parole che continuiamo a evitare. Non per mancanza di coraggio o di capacità, ma perché alcune cose hanno bisogno di tempo prima di trovare la loro forma.


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