due uomini appoggiati su un muretto davanti al mare con due canne da pesca

Il valore delle passioni inutili

Non tutto ciò che amiamo deve diventare un lavoro, un progetto o un risultato

Coltivare una passione senza trasformarla in un obiettivo, in una prestazione o in una fonte di guadagno può diventare uno dei modi più semplici per proteggere uno spazio autentico della propria vita.

Abbiamo imparato a guardare quasi ogni interesse attraverso la lente della produttività. Se sappiamo cucinare bene, qualcuno ci suggerisce di aprire una pagina social. Se fotografiamo per piacere, arriva presto l’idea di venderne le immagini. Se scriviamo, dovremmo pubblicare. Se lavoriamo a maglia, dipingiamo, coltiviamo piante o realizziamo piccoli oggetti, prima o poi compare la stessa domanda: perché non trasformarlo in qualcosa di più? Quel “di più” significa quasi sempre renderlo visibile, misurabile, utile, magari redditizio. Come se il piacere, da solo, non fosse una ragione sufficiente.

Eppure esiste un valore particolare nelle attività che non devono portare da nessuna parte. Fare qualcosa soltanto perché ci piace, senza preoccuparci di diventare bravi, ottenere riconoscimenti o costruirci sopra un progetto, crea uno spazio psicologico diverso da quasi tutto il resto della nostra giornata. Non dobbiamo dimostrare, migliorare, produrre o confrontarci. Possiamo limitarci a essere presenti in ciò che stiamo facendo.

Il momento in cui una passione diventa un compito

La trasformazione avviene spesso lentamente. Una donna di cinquant’anni comincia a fotografare durante le passeggiate. All’inizio sceglie ciò che la incuriosisce, prova angolazioni diverse e torna a casa con fotografie che a volte sono belle e altre volte no. Non importa. Dopo qualche mese apre un profilo per condividerle. Arrivano commenti positivi e qualcuno le suggerisce di pubblicare con maggiore regolarità. Comincia così a pensare a cosa fotografare prima ancora di uscire, controlla quali immagini ottengono più reazioni e si sente in colpa se per alcuni giorni non pubblica nulla. La fotografia è ancora una passione, ma qualcosa è cambiato: ora esiste un pubblico, anche piccolo, e insieme al piacere è entrata una forma di prestazione.

Questo non significa che condividere o professionalizzare un interesse sia sbagliato. Per alcune persone rappresenta un’evoluzione naturale e soddisfacente. La domanda utile riguarda piuttosto ciò che succede dentro di noi. Sto trasformando questa passione perché lo desidero davvero oppure perché mi sembra che lasciarla gratuita significhi sprecarla?

La distinzione sembra sottile, ma cambia molto. Nel primo caso la crescita del progetto può generare entusiasmo. Nel secondo rischiamo di perdere esattamente ciò che quella passione ci offriva: uno spazio libero dalle aspettative.

Fare qualcosa senza diventare bravi

Un’altra idea difficile da accettare riguarda il diritto di essere mediocri in ciò che amiamo. Abbiamo imparato che la pratica dovrebbe portarci al miglioramento e che, se dedichiamo tempo a qualcosa, dovremmo diventare progressivamente più competenti. Ma una passione non ha bisogno di giustificarsi attraverso il talento.

Un uomo di sessantadue anni inizia a dipingere dopo la pensione. Non ha mai studiato arte e i suoi quadri probabilmente non finiranno in una mostra. Alcuni sono sproporzionati, altri hanno colori che lui stesso, qualche settimana dopo, non sceglierebbe più. Eppure nelle due ore trascorse davanti alla tela perde la percezione del tempo, si concentra sui dettagli e sente una qualità di attenzione che nella vita quotidiana sperimenta raramente. Se dovessimo valutare quell’attività in base al risultato, potremmo considerarla poco significativa. Se invece guardiamo a ciò che produce nella sua esperienza, cambia completamente prospettiva.

Non tutto ciò che facciamo deve dimostrare quanto siamo capaci. Esistono attività che hanno valore proprio perché possiamo sbagliare senza conseguenze, provare senza essere valutati e ricominciare senza dover mostrare progressi a nessuno.

La creatività prima della performance

La creatività cambia natura quando viene costantemente osservata. Chi scrive per sé può abbandonare una pagina a metà, iniziare un racconto che non avrà un finale o appuntare una frase che nessuno leggerà. Chi scrive pensando alla pubblicazione deve inevitabilmente considerare anche il lettore, la forma, la qualità e il risultato. Sono entrambe esperienze valide, ma non sono la stessa esperienza.

Vale per la scrittura come per molte altre attività. Cucinare una torta per il piacere di farla è diverso dal chiedersi se sia abbastanza bella da essere fotografata. Curare un piccolo orto è diverso dal trasformarlo in una dimostrazione di efficienza. Correre perché il movimento fa stare bene è diverso dal controllare continuamente tempi, chilometri e prestazioni.

Il problema non sono le misurazioni, i progetti o gli obiettivi. Il problema nasce quando non possediamo più nessuna attività sottratta a quella logica.

Può essere utile domandarsi se nella nostra vita esista ancora qualcosa che facciamo male, lentamente, senza mostrarlo a nessuno e senza desiderare che diventi altro. Se la risposta è no, potremmo aver trasformato anche il tempo personale in un prolungamento della prestazione.

Le passioni che ci restituiscono una parte dimenticata

A volte una passione non ci conduce verso qualcosa di nuovo, ma ci riporta a una parte di noi che avevamo lasciato indietro. Una donna riprende a lavorare all’uncinetto dopo molti anni e si sorprende nel riconoscere gesti imparati dalla nonna. Un uomo torna a occuparsi di un piccolo giardino e ritrova la pazienza che pensava di aver perso. Qualcuno ricomincia a leggere romanzi dopo anni trascorsi quasi esclusivamente su testi professionali e scopre quanto gli fosse mancato leggere senza dover apprendere nulla di immediatamente utilizzabile.

Queste attività non devono necessariamente diventare strumenti di crescita personale. Anche questa, in fondo, sarebbe un’altra forma di finalizzazione. Possono essere piacevoli e basta. Tuttavia proprio perché non chiedono un risultato, spesso permettono alla mente di spostarsi da una modalità orientata al compito a una presenza più libera, nella quale curiosità e piacere hanno maggiore spazio.

Una passione gratuita può ricordarci che non siamo soltanto ciò che facciamo bene, ciò per cui veniamo pagati o ciò che gli altri riconoscono come utile.

Proteggere una passione dalla necessità di monetizzarla

Esiste anche una pressione economica e culturale molto concreta. La possibilità di trasformare quasi qualsiasi attività in contenuto, servizio o piccolo business rende facile pensare che non farlo equivalga a perdere un’occasione. Ma non ogni occasione deve essere sfruttata.

Una persona che prepara pane in casa può continuare a farlo per la propria famiglia senza aprire un’attività. Chi ama fotografare può conservare centinaia di immagini che non avranno mai un pubblico. Una donna può scrivere racconti che rimarranno nel suo computer. Un uomo può imparare a suonare uno strumento senza esibirsi davanti a nessuno.

Proteggere qualcosa dalla monetizzazione può diventare una scelta consapevole. Significa decidere che non ogni area della propria vita deve entrare in un sistema di rendimento. Alcune possono rimanere private, imperfette e improduttive.

Questo non rende quelle passioni meno serie. Al contrario, può renderle più nostre.

Un piccolo spazio che non deve dimostrare nulla

Se senti che ogni interesse tende rapidamente a trasformarsi in un progetto, puoi provare un esperimento molto semplice. Scegli un’attività che ti incuriosisce e, per un mese, stabilisci che non dovrà produrre alcun risultato pubblico. Non pubblicarla, non misurarla, non cercare di trasformarla in una competenza spendibile. Osserva soltanto che cosa succede nel rapporto con quell’attività.

Potresti scoprire di annoiarti e lasciarla andare, ed è perfettamente legittimo. Oppure potresti accorgerti che proprio l’assenza di un obiettivo restituisce piacere a qualcosa che avevi iniziato a vivere come un obbligo.

Un altro esercizio consiste nel chiederti quali passioni hai abbandonato non perché non ti piacessero più, ma perché pensavi di non essere abbastanza bravo. Potrebbe esserci un vecchio quaderno di disegni, una macchina fotografica inutilizzata, una ricetta che non prepari da anni o una bicicletta rimasta troppo a lungo in garage. Non devi necessariamente recuperarle. La domanda serve soltanto a capire quanto spazio concedi ancora al piacere che non viene valutato.

Il diritto di non trasformare tutto

Da adulti abbiamo molte attività che devono necessariamente produrre qualcosa. Il lavoro richiede risultati, la gestione quotidiana richiede organizzazione e le responsabilità non possono essere affrontate soltanto quando ne abbiamo voglia. Proprio per questo può essere prezioso conservare almeno una zona della vita nella quale le regole siano diverse.

Una passione non deve salvarci, guarirci, renderci migliori o diventare un nuovo progetto. Può accompagnarci per qualche mese e poi scomparire. Può restare per vent’anni. Può essere praticata male e con discontinuità. Può appartenere soltanto a noi.

Il suo valore può risiedere esattamente lì, nella possibilità di ricordarci che una parte dell’esperienza umana non ha bisogno di essere convertita in un risultato per meritare tempo.

In un mondo che ci invita continuamente a trasformare ciò che sappiamo fare in qualcosa da mostrare, migliorare o vendere, custodire una passione inutile può essere una forma molto concreta di libertà.


Faq

Avere obiettivi in una passione significa rovinarla?

No. Gli obiettivi possono aumentare motivazione e soddisfazione, soprattutto quando nascono da un desiderio personale. Il problema emerge se il risultato diventa così importante da cancellare il piacere dell’attività o se iniziamo a sentirci obbligati a produrre anche nel tempo libero.

È sbagliato trasformare un hobby in un lavoro?

Assolutamente no. Per alcune persone rappresenta una scelta molto soddisfacente. È però utile chiedersi se la trasformazione nasce da un desiderio autentico oppure dalla convinzione che una passione abbia valore soltanto quando diventa economicamente produttiva.

Come capire se una passione è diventata una prestazione?

Un segnale può essere l’aumento della preoccupazione per risultati, confronto e giudizio esterno accompagnato da una riduzione del piacere. Se pensi più a ciò che dovresti ottenere che all’esperienza stessa, può essere utile rivedere il rapporto con quell’attività.

Ha senso continuare un hobby anche se non miglioro?

Sì, se continua a darti piacere, curiosità o uno spazio personale significativo. Il miglioramento non è l’unico criterio con cui valutare un’attività svolta nel tempo libero.

Perché faccio fatica a dedicare tempo a qualcosa di “inutile”?

Potresti aver interiorizzato l’idea che il tempo abbia valore soprattutto quando produce risultati. Iniziare con intervalli brevi e considerarli tempo personale, anziché tempo sottratto ad altro, può aiutare a modificare gradualmente questa percezione.

Una passione deve essere necessariamente creativa?

No. Può essere camminare, osservare gli uccelli, cucinare, curare piante, leggere, fare puzzle, restaurare vecchi oggetti o qualsiasi attività vissuta principalmente per il piacere e l’interesse che genera.


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Commenti

24 risposte a “Il valore delle passioni inutili”

  1. Avatar Eletta Senso

    Sono d’accordo 🩵

  2. Avatar Francesca

    Grazie mille!🪷

  3. Avatar emaki81

    Ciao da ragazza decoravo vasi di argilla e facevo composizioni coi fiori, il mio ragazzo dell’ epoca mi propose di farli su ordinazione sul web per venderli, di fronte all’ idea di trasformare questo mio passatempo in un’ attività a scopo di lucro letteralmente mi sconvolse…ora che ho seguito un corso di disegno online dove spingono a condividere i propri lavori sul gruppo facebook sento lo stesso disagio a rendere pubblico e giudicato qualcosa di intimo, solo mio…

  4. Avatar Francesca

    Ti capisco in pieno…però è vero che il tuo contributo può aiutare qualcuno e qualcuno potrebbe riconoscersi in te. Condividi sempre senza autoreferenzialità, vedrai che le cose andranno sempre meglio. Grazie per essere passata di qui e avermi lasciato una tua traccia. Grazie 💐

  5. Avatar emaki81

    Per ora direi che loro aiutano me ho seguito un corso per principianti di una piattaforma online interessante e facile da seguire nei ritagli di tempo ma il problema è che disegno ma nessuno mi segue o mi dice cosa correggere e migliorare per cui non miglioro mai ovvero non so se miglioro o magari non riesco proprio 🤔c’è solo questo gruppo facebook dove non rispondono gli insegnanti, non so chi risponde…per ora mi hanno fatto notare un paio di errori ma mi sento un po’ abbandonata a me stessa o a sconosciuti per questo mi sento a disagio a mettere in piazza i miei disegni da principiante …non trovo corsi migliori online…

  6. Avatar Francesca

    È una specie di sindrome dell’ impostore. Continua a pubblicare i lavori che ritieni più “giusti”. Le critiche aiutano a crescere. Si impara strada facendo, sbagliando, ricominciando e ancora sbagliando. Sei sulla strada giusta!

  7. Avatar emaki81

    Sindrome dell’ impostore? Il corso arriva a spiegare linee, volumi, luci e ombre ma non la prospettiva e proprio quella ho incasinato l’ultima volta, in effetti se non me lo dicevano non l’avrei capito….mi hanno detto però che un principiante si allena proprio su quella allora sono tornata al corso ma in effetti non la spiegano, il disegno finale è piatto! Una teiera con una mela su un tavolo e dietro una parete bianca!per cui è tutto sullo stesso piano! Allora ho chiesto se c’è un corso che lo completa ma mi hanno detto che c’è quello sul ritratto, l’acquerello e la pittura a olio… Alla fine mi ha aiutato l’intelligenza artificiale e continuerò chiedendo a lei mi sa se non voglio disegnare a matita teiere per tutta la vita….😂

  8. Avatar Francesca

    Sì io ne soffro. Non penso mai di essere qualificata per qualcosa. Ma forse non è il tuo caso. Anche io uso IA per le sintesi, brainstorming di idee, perché da sola ci metterei troppo tempo. A volte mi dà spunti di riflessione che poi sviluppo. Mi è utile. Lo ammetto 💐

  9. Avatar emaki81

    Ma in cosa consiste la sindrome dell’ impostore? Fare finta di sapere fare qualcosa? Io l’ ia l’ho usata per capire dove sbagliavo e potevo migliorare…in mancanza d’altro me la faccio andare bene anche se vorrei un’insegnante… altrimenti l’intelligenza artificiale io la ignoro…

  10. Avatar Francesca

    No è l’ esatto opposto. Si dubita delle proprie capacità e si sente non meritevole dei successi ottenuti, oppure soltanto mettere in pratica le proprie capacità, temendo di essere scoperta come un “impostore”. Non mi pare il tuo caso. Capisco cosa intendi. L IA non sostituisce un insegnante però aiuta a prendere una direzione

  11. Avatar emaki81

    No io non mi sento così sono qualificata nel mio settore in altro no ma se voglio o serve cerco di capire ciò che non so ma mi limito a questo ☺️

  12. Avatar Francesca

    Giusto atteggiamento! 😉😊

  13. Avatar emaki81

    Mi dispiace essere arenata in un corso principianti ma per un po’ disegnerò applicando ciò che ho capito e se serve mi faccio spiegare dalla ia proverò a superare il pudore e a condividere né famoso gruppo facebook magari ne cavo qualcosa ☺️

  14. Avatar Francesca

    Esatto. Condividi perché facendo così ti confronti e impari dai tuoi errori e dagli errori altrui 💐😉

  15. Avatar emaki81

    Ce l’ho fatta ho postato il mio ultimo disegno sul gruppo facebook del corso che ho seguito…ho un’ ansia…mi immagino già tutti i difetti che troveranno…😟

  16. Avatar Francesca

    ma no dai…non deve essere sempre così. Le critiche servono a migliorare, quelle sterili no.

  17. Avatar emaki81

    Ogni volta che lo guardo ci trovo difetti nuovi….🥴

  18. Avatar Francesca

    è normale 😉

  19. Avatar emaki81

    Per ora tutto tace chissà la suspance sale…

  20. Avatar Francesca

    😅

  21. Avatar emaki81

    Arrivato il primo commento:”Ci sono parecchi errori, sia di prospettiva che di chiaroscuro.
    Sicuramente è un disegno dal vero, cambi un attimo posizione e cambia tutta la prospettiva, per la prossima volta prova a prendere spunto da una fotografia, la prospettiva non cambia ed è più semplice.
    Scegli un immagine con dei bei contrasti di luce e ombra che anche se disegnati male ti aiuteranno a farlo sembrare tridimensionale.

    Passiamo al chiaroscuro, qui sembra che hai usato una sola matita (presumibilmente hb) sfumandola col dito.
    Il chiaroscuro richiede parecchio studio e quello si ci arriva con l’esperienza.
    Utilizza più matite, hb, 2b, 4b 6b. Vedrai subito la differenza.
    Invece del dito usa uno sfumino.” Sul fatto che il disegno dal vivo è un delirio concordo appena ti sposti cambia tutto per il resto no ho usato t carboncino e la fusaggine ma è vero che ho sfumato col dito perché così suggeriva il corso, certo che se potessi mandare i disegni a un insegnante magari mi darebbe dei consigli o farebbe correzioni invece in questo corso ti lasciano da sola…. c’è solo questo gruppo facebook di condivisione ma nulla di didattico…a mia discolpa per me è un piacere disegnare a matita ma anche una sfida perché sono ipovedente…

  22. Avatar Francesca

    Beh cmq sono commento utili a capire meglio la tecnica 😉

  23. Avatar emaki81

    Sì ma facendo alcune domande strategiche ho capito che in questo gruppo non ci sono studenti del gruppo né tanto meno gli insegnanti… quindi i suggerimenti potrebbero anche venire da persone qualsiasi…

  24. Avatar emaki81

    Studenti del corso*

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