un libro appoggiato su iuta e circondato da una corda

Scrivo per capire chi sono

Ma a volte mi confondo ancora di più

Scrivere mi ha sempre dato l’impressione di mettere ordine. Parole al posto giusto, pensieri allineati. Frasi che raccontano qualcosa — che mi raccontano qualcosa.
Eppure ci sono momenti in cui scrivere, anziché chiarire, amplifica il disordine. Accade soprattutto quando tocco zone che credevo di conoscere e invece si rivelano mobili, scivolose. Oppure quando provo a spiegare sentimenti che mi attraversano ma non si lasciano nominare.

Mi siedo davanti al foglio con l’illusione di trovare risposte, e ne esco con più domande.

La scrittura come specchio deformante

Quando siamo dentro una fase confusa, fragile o ambivalente, la scrittura può riflettere le nostre crepe più che le nostre verità.
Ci sono pagine che scrivo convinta di aver centrato un nucleo autentico… e che, rilette dopo giorni, mi sembrano difensive, distorte, falsamente lucide.
Altre volte accade il contrario: scrivo quasi senza pensarci, in un momento di stanchezza emotiva o di vulnerabilità, e proprio lì affiora qualcosa che mi somiglia davvero.

La verità — quella autentica, non romanzata — spesso non è comoda né lineare.
E la scrittura, se è davvero onesta, la segue nei suoi paradossi.

Scrivere non per capirsi, ma per abitarsi

Negli anni ho smesso di considerare la scrittura come uno strumento per “capirmi”.
Preferisco pensarla come un modo per stare dentro a ciò che sento.
Non più un’analisi, ma un atto di presenza. Un ascolto. A volte un tentativo di accoglienza.

Scrivere così non risolve, ma consola. Non chiarisce, ma accompagna. E questo, per me, è già moltissimo.

Quando scrivere confonde

Ci sono fasi in cui scrivere troppo su di sé può diventare un modo per allontanarsi da sé.
Parlare continuamente delle proprie emozioni, nominarle, analizzarle, scomporle in parole… può generare una sovraesposizione interiore.
Come se invece di ascoltarmi, stessi osservandomi da fuori. Come se, a forza di raccontarmi, perdessi il contatto con ciò che provo davvero.

Mi sono accorta che questo accade soprattutto nei momenti in cui scrivere diventa una prestazione. Quando sento il bisogno di essere capita, apprezzata, condivisa.
In quei momenti, il rischio è che scrivere non sia più un atto di autenticità, ma una ricerca di conferma.

E allora cosa fare?

Negli anni ho imparato a riconoscere i segnali. Quando scrivo e mi sento ancora più confusa, faccio una cosa semplice (ma non facile): smetto.
Non per sempre. Solo per un po’. Mi fermo e torno al corpo, al silenzio, al gesto fisico. Cammino. Cucino. Ballo. Guardo qualcosa di bello. E solo dopo, se voglio, torno a scrivere. Ma non per capire. Per esserci.

Scrivere non mi ha mai dato una definizione. Ma mi ha aiutata a restare nelle domande. E, col tempo, ad accettare che alcune risposte cambiano.

Se anche tu scrivi per ritrovarti — ma a volte ti perdi — sappi che non sei solə. È normale. È parte del processo.
E forse, in quella confusione, stiamo semplicemente attraversando una verità che ancora non conosciamo.

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Commenti

2 risposte a “Scrivo per capire chi sono”

  1. Avatar gianpiccoli

    Pessoa sosteneva che l’importante è scrivere.

    Non abbiamo un istinto univoco, ma più tendenze , talvolta represse, altre volte seguite con puntiglio, per abbandonarle in occasione di altre conoscenze o passioni emergenti. In certi momenti la lucidità che tentiamo di ritrovare con la scrittura, emerge , al contrario, con attività manuali. Abbiamo troppo spesso trascurato l’inclinazione naturale allo stupore, alla speculazione fine a se stessa, nella speranza che scrivere avrebbe ordinato ed ammaestrato la nostra mente, ma ci accorgiamo che in realtà si sono accumulate e sovrapposte idee e tentazioni che stuzzicano il desiderio intimo di manifestarsi ed intasano, per così dire, la “vena” narrativa/poetica.

    Un abbraccio

    Giancarlo

  2. Avatar Francesca

    Adoro Pessoa e sono felice che l’hai citato. Spesso mi abbandono allo stupore, però mi risulta difficile spiegarlo e renderlo manifesto nella scrittura stessa. Grazie per il tuo spunto. Un abbraccio

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