Scrittura consapevole, quando scrivere diventa un gesto di presenza
Ho scoperto la scrittura consapevole nei momenti in cui avrei voluto semplicemente sparire.
A volte vorrei semplicemente sparire. Non nel senso tragico del termine, ma in quella forma più sottile e quotidiana che conoscono in molti: cambiare aria, cambiare città, cambiare faccia. Spostare qualcosa fuori, pur di non restare dentro.
La scrittura consapevole, in certi momenti, mi ha salvata proprio da questa fuga.
Non ho mai amato particolarmente le parole come “terapia”, “guarigione”, “catarsi”. Suonano importanti, ma a volte mettono troppa enfasi su quello che dovrebbe essere, e poca sull’atto semplice del sedersi e restare. Ecco, per me scrivere ha significato spesso solo questo: restare. Anche quando avrei voluto andarmene. Anche quando tutto in me cercava un pretesto per distrarsi o dissolversi in altro.
Con la scrittura consapevole ho imparato a guardare, a restare dentro una scena senza scappare subito. A stare dentro una scena, un’emozione, un dettaglio, senza fuggire subito. È diventato un allenamento all’ascolto e alla presenza. Non solo verso i personaggi, ma verso di me.
Non è sempre piacevole. Anzi, a volte scrivere mi ha fatto sentire più a nudo, più vulnerabile, come se le parole scavassero invece di proteggere. Ma proprio per questo, ho capito che scrivere non era un lusso, ma una forma di necessità. Un modo per non perdere contatto. Per non mentirmi del tutto.
Nei periodi più incerti della mia vita, ho continuato a scrivere anche senza sapere dove stavo andando. Non ho prodotto testi da pubblicare, né storie memorabili. Ma ho tenuto vivo un dialogo. Ho scritto anche solo per dire: “Ci sono ancora. Nonostante tutto”.
Scrivere, in quei momenti, è stato come sedersi in silenzio accanto a una parte di me che avrebbe voluto chiudere tutto e partire. Non per giudicarla. Ma per dirle: possiamo rimanere qui ancora un po’. Insieme.
Non è sempre facile, non è sempre risolutivo. Ma è reale. E nelle cose reali, anche se imperfette, c’è una forza che consola.
Oggi, quando sento quella voglia sottile di fuga — che può essere un posticipare, un rimandare, un distrarmi in modo compulsivo — so che scrivere è uno dei pochi gesti che mi riportano a casa. Non a casa in senso poetico. A casa dentro la pelle, dentro i pensieri, dentro il momento che sto vivendo. A volte basta una pagina. A volte una frase. Ma basta a trattenermi.
Non dalla vita, ma da quella parte di me che tende a dissolversi appena qualcosa si fa troppo vero. Scrivere mi ancora. E questo, oggi, mi basta.


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