Smarrirsi nei modelli, ritrovare la propria voce nella scrittura
Trovare la propria voce nella scrittura non è un atto improvviso. È un processo fatto di tentativi, imitazioni, errori e piccole disobbedienze ai modelli che amiamo.
La propria voce emerge quando smettiamo di scrivere come pensiamo si debba scrivere e iniziamo ad ascoltare ciò che davvero ci attraversa. Non è la voce più perfetta, né la più brillante. È quella che ci somiglia di più.
C’è stato un tempo in cui scrivevo con la voce degli altri. Non me ne accorgevo, ovviamente. Mi sembrava di essere originale, mi sembrava di avere qualcosa da dire. E in parte era anche vero. Ma sotto la superficie delle parole, c’erano le impronte di chi avevo letto, amato, invidiato. Erano lì: nella punteggiatura trattenuta, nella scelta di certe parole “da scrittore”, nel bisogno di sembrare profonda, intensa, giusta.
Scrivevo come pensavo che una brava scrittrice dovesse scrivere.
Avevo un piccolo altare invisibile dentro la testa: su quell’altare c’erano gli autori che stimavo, le riviste che pubblicavano racconti brevi, le frasi che mi sembravano impeccabili. Avevo una lista mentale di tutto ciò che funziona, che “piace”, che colpisce. E ogni volta che scrivevo, anche solo un appunto o una descrizione, sentivo quella vocina sottile, quasi impercettibile, che chiedeva:
“Va bene così? È all’altezza?”
Mi ci è voluto tempo per capire che quella non era la mia voce nella scrittura, ma piuttosto una voce costruita sulle tracce degli autori che avevo letto. La voce narrativa è infatti uno degli elementi più personali dello stile di uno scrittore.
Annotazione 1: il giorno in cui ho scritto male
Ricordo ancora la sensazione precisa di quando ho scritto un testo bruttissimo. Frasi spezzate, ripetizioni, immagini sbagliate. L’ho riletto subito dopo e ho pensato: che disastro.
Ma c’era qualcosa lì dentro. Qualcosa di vero.
Era un dolore piccolo, disordinato, appena affiorato — ma era mio. Non filtrato. Non abbellito. Non migliorato per essere pubblicabile.
L’ho lasciato lì per giorni.
E quando l’ho ripreso in mano ho riscritto tutto, ma senza toccare quell’emozione di fondo. Senza cercare di renderla più elegante. Solo più chiara, più nuda.
Lì ho capito una cosa importante: la propria voce nella scrittura non è sempre quella più bella, ma quella più autentica.
La mia voce non era quella “perfetta”.
Era quella che mi assomigliava.
Annotazione 2: i modelli vanno amati, poi superati
Ricordo ancora la sensazione precisa di quando ho scritto un testo bruttissimo. Frasi spezzate, ripetizioni, immagini sbagliate. L’ho riletto subito dopo e ho pensato: che disastro.
Ma c’era qualcosa lì dentro. Qualcosa di vero. Era un dolore piccolo, disordinato, appena affiorato — ma era mio. Non filtrato. Non abbellito. Non migliorato per essere pubblicabile.
L’ho lasciato lì per giorni. E quando l’ho ripreso in mano ho riscritto tutto, ma senza toccare quell’emozione di fondo. Senza cercare di renderla più elegante. Solo più chiara, più nuda.
Lì ho capito una cosa importante: la propria voce nella scrittura non è sempre quella più bella, ma quella più autentica. La mia voce non era quella “perfetta”.
Era quella che mi assomigliava.
Annotazione 3: la propria voce nella scrittura non finge di sapere
Scrivere con la propria voce, per me, è diventato un atto di rinuncia all’effetto speciale.
Significa non cercare frasi a effetto. Non inserire a forza immagini poetiche. Non scrivere per “colpire”.
Significa, al contrario, tornare ogni volta al punto in cui ti tremano le mani, o almeno le dita.
Scrivere da lì. Da dove fa un po’ paura, o da dove non sai esattamente cosa vuoi dire — ma sai che va detto lo stesso.
Scrivere con la mia voce è diventato un modo per abitarmi meglio. Per raccontarmi senza sconti, ma anche senza platealità.
Per fare pace con tutte le volte in cui ho pensato: non basta, non è abbastanza originale, non è all’altezza di…
E poi?
Poi succede che ogni tanto, quando mi perdo o mi scoraggio, torno ancora lì: a cercare parole che suonino giuste per qualcun altro. È un automatismo. Ma ora lo riconosco. E mi fermo.
Rileggo. Mi chiedo: È vero? Mi somiglia? O sto scrivendo da fuori?
E quando sento che no, non mi somiglia — riscrivo. Anche tutto. Anche cento volte. Perché la propria voce nella scrittura non merita imitazione: merita spazio.


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