Non tutte le pagine devono risolvere un problema
Siamo abituati a cercare soluzioni. Se qualcosa ci preoccupa, vogliamo capire come risolverlo; se siamo confusi, cerchiamo chiarezza; se proviamo un’emozione spiacevole, vorremmo sapere come farla passare. È comprensibile, soprattutto perché viviamo in un periodo in cui anche il benessere personale viene spesso presentato come una successione di obiettivi: riconosci il problema, applica una tecnica, cambia prospettiva, ritrova l’equilibrio. E così rischiamo di portare la stessa logica anche sulla pagina.
Ci sediamo a scrivere e, senza rendercene conto, pretendiamo qualcosa da quello che stiamo facendo. Vogliamo arrivare a una conclusione, capire perché ci sentiamo in un certo modo, prendere una decisione oppure trovare finalmente la frase che rimetta ogni cosa al suo posto. Se dopo mezz’ora siamo ancora confusi, possiamo avere la sensazione che scrivere non sia servito.
Eppure non tutte le pagine devono portarci da qualche parte. Alcune possono semplicemente permetterci di stare, per un po’, esattamente dove siamo.
La pressione di dover stare meglio
Anche la scrittura terapeutica può trasformarsi in una prestazione se iniziamo a utilizzarla esclusivamente con uno scopo: devo capire, devo superare questa situazione, devo cambiare il mio modo di pensare, devo smettere di provare questa emozione. A quel punto il quaderno rischia di diventare un altro luogo in cui chiediamo qualcosa a noi stessi.
Immagina di avere avuto una discussione con una persona importante. Ti siedi e inizi a scrivere perché vuoi capire cosa è successo. Dopo qualche riga, però, ti accorgi di essere ancora arrabbiato e contemporaneamente dispiaciuto. Non sai se hai ragione, non sai se vuoi chiarire e non riesci nemmeno a stabilire con precisione cosa ti abbia ferito. Potresti cominciare a cercare una risposta: “Devo parlarne”, “Devo lasciar perdere”, “Dovrei essere meno sensibile”. Oppure potresti scrivere semplicemente: “Sono arrabbiato, ma mi dispiace. Una parte di me vorrebbe parlarne e un’altra non ne ha nessuna voglia”.
Non hai risolto niente, ma hai descritto con maggiore precisione il punto in cui ti trovi. E questo non è poco.
Accettare una pagina senza risposte
Ci sono esperienze che hanno bisogno di tempo prima di diventare comprensibili. Pretendere una spiegazione immediata può portarci a costruire risposte premature soltanto per ridurre l’incertezza.
La scrittura può offrirci qualcosa di diverso: un luogo in cui una domanda può restare aperta.
Puoi scrivere “Non so ancora cosa voglio” senza aggiungere immediatamente “ma devo scoprirlo”. Puoi riconoscere una delusione senza decidere nello stesso momento cosa farne. Puoi ammettere di provare due emozioni apparentemente contraddittorie senza scegliere quale delle due sia quella “vera”.
Questo tipo di scrittura può sembrare inconcludente, soprattutto all’inizio. In realtà ci allena a tollerare una cosa che nella vita quotidiana facciamo spesso fatica ad accettare: non sapere.
Non sapere non significa necessariamente essere bloccati. A volte significa semplicemente non avere ancora abbastanza elementi per capire.
Restare nell’incertezza senza perdersi
Accettare l’incertezza non significa restare per ore a rimuginare sulla stessa situazione. Questa distinzione è importante. Osservare e rimuginare non sono la stessa cosa.
Nel rimuginio torniamo continuamente sul problema cercando una risposta che non arriva. Ripercorriamo gli stessi passaggi, immaginiamo scenari, anticipiamo conseguenze e continuiamo a formulare le stesse domande. Nell’osservazione, invece, proviamo a descrivere ciò che c’è senza pretendere di modificarlo immediatamente.
Se scrivi per dieci minuti “Perché ha fatto questo? Perché non mi ha risposto? Cosa significa? E se avessi sbagliato io?”, probabilmente stai alimentando un circuito già attivo. Puoi provare allora a cambiare direzione: “Mi accorgo che continuo a cercare una spiegazione. Non averla mi rende inquieto. Sento che vorrei sapere cosa è successo perché l’incertezza mi mette a disagio”.
Il problema non è stato risolto, ma hai spostato l’attenzione dall’esterno all’interno. Non stai più tentando di indovinare ciò che non puoi sapere; stai osservando cosa produce in te il fatto di non saperlo.
Il valore di osservare prima di interpretare
Uno degli esercizi più semplici consiste nel separare, almeno temporaneamente, l’osservazione dall’interpretazione. Sulla pagina puoi provare a descrivere ciò che è accaduto, ciò che hai pensato, quello che hai sentito nel corpo e le emozioni che riesci a riconoscere, senza arrivare necessariamente a una conclusione.
Supponiamo che tu stia pensando di cambiare lavoro. Potresti riempire pagine di vantaggi e svantaggi cercando di arrivare alla decisione corretta. Oppure, per una volta, potresti non decidere niente e osservare cosa accade mentre immagini le due possibilità. “Se penso di restare sento sicurezza, ma anche una certa pesantezza. Se penso di andarmene provo entusiasmo e contemporaneamente paura.”
Questa pagina non ti dirà quale lavoro scegliere. Ti avrà però mostrato qualcosa che un semplice elenco di pro e contro potrebbe non raccontarti: il tuo rapporto emotivo con entrambe le possibilità.
A volte la consapevolezza arriva proprio così, prima della soluzione.
Capire non significa controllare
Esiste una differenza sottile tra voler comprendere ciò che proviamo e volerlo controllare. Comprendere significa avvicinarsi con curiosità. Controllare significa cercare rapidamente un modo per far sparire ciò che ci disturba.
Possiamo accorgercene dal linguaggio che utilizziamo. Frasi come “Come faccio a smettere di sentirmi così?” oppure “Cosa devo fare per non pensarci più?” partono già dall’idea che quell’esperienza debba essere eliminata. Una domanda diversa potrebbe essere: “Che cosa sto provando esattamente?” oppure “Di cosa sembra avere bisogno questa parte di me?”.
Non significa accettare passivamente qualsiasi situazione né rinunciare ad agire. Significa concedersi un momento di osservazione prima dell’azione. Alcune decisioni hanno bisogno di essere prese, alcuni problemi richiedono soluzioni concrete e alcune situazioni devono cambiare. Ma non è necessario che tutto questo avvenga nella stessa pagina in cui stiamo ancora cercando di capire come ci sentiamo.
Prova a scrivere senza arrivare da nessuna parte
Dedica venti minuti a una pagina senza l’obiettivo di trovare una risposta. Scegli qualcosa che in questo periodo occupa i tuoi pensieri e descrivilo così come lo stai vivendo.
Per rendere l’esercizio più interessante, prova a non utilizzare quattro espressioni: “devo”, “dovrei”, “bisogna” e “quindi”.
Potresti scoprire quanto spesso utilizzi queste parole per spingerti verso una conclusione. Se ti viene spontaneo scrivere “Dovrei smettere di pensarci”, prova semplicemente a descrivere cosa succede: “Ci penso spesso e questa cosa mi stanca”. Se compare “Quindi devo prendere una decisione”, fermati una frase prima.
Alla fine non chiederti se hai trovato una soluzione. Chiediti piuttosto: “Cosa ho notato che prima non vedevo?”
La risposta potrebbe essere semplice. Potresti esserti accorto di essere più stanco che arrabbiato, di desiderare tempo anziché una decisione oppure di non avere ancora abbastanza informazioni. Sono piccole osservazioni, ma spesso è proprio da lì che comincia una comprensione più autentica.
FAQ
Scrivere senza cercare soluzioni non rischia di farmi rimuginare ancora di più?
Può accadere se continui a ripetere gli stessi pensieri senza spostare l’attenzione. Per questo è utile concentrarsi su ciò che senti, su ciò che osservi e sulle parole che ritornano, invece di cercare continuamente spiegazioni o immaginare scenari.
Quanto tempo dovrei dedicare a questo tipo di scrittura?
Non serve scrivere a lungo. Dieci o venti minuti possono essere sufficienti. Stabilire un tempo può anche aiutarti a evitare che la scrittura diventi una lunga immersione nello stesso pensiero.
E se alla fine sono ancora più confuso?
La confusione non significa necessariamente che l’esercizio non abbia funzionato. Può darsi che tu abbia semplicemente scoperto che la situazione è più complessa di quanto pensassi. Puoi lasciare riposare la pagina e tornarci dopo qualche giorno.
Significa che non devo cercare soluzioni ai miei problemi?
No. Significa separare due momenti che spesso confondiamo: osservare ciò che stiamo vivendo e decidere cosa fare. Una soluzione può arrivare dopo, con maggiore chiarezza.
Non tutte le pagine devono concludersi con una risposta, una decisione o una nuova consapevolezza. Alcune possono terminare con un dubbio ancora aperto, un’emozione che non hai completamente compreso o una frase che non sai come continuare. Anche quelle pagine hanno valore, perché per una volta non hai chiesto a te stesso di aggiustare immediatamente qualcosa. Ti sei semplicemente concesso il tempo di ascoltarlo.


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