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Scrittura come terapia: perché scrivo nei momenti difficili

Scrittura come terapia: perché scrivo nei momenti difficili

La scrittura come terapia è entrata nella mia vita senza che me ne accorgessi.

Non so quando ho cominciato a farlo. Forse da sempre. Ma c’è stato un momento in cui l’ho capito, in modo chiaro.
Mi ero seduta a scrivere per “raccontare una storia”, come dicevo a me stessa. Un racconto come tanti, in terza persona, ambientato in un luogo di fantasia. Nessun riferimento alla mia vita, nessun nome riconoscibile. Solo che, mentre lo scrivevo, sentivo una fitta precisa allo stomaco. E non era colpa della sedia scomoda o della fame.

Era che quel testo stava dicendo qualcosa che non riuscivo a dire io. E nel momento stesso in cui lo riconoscevo, provavo sollievo. Come se qualcuno — anche se ero io — mi avesse finalmente ascoltata.

La verità è che, più volte di quante vorrei ammettere, ho usato la scrittura come terapia per cercare aiuto. Ma l’ho fatto senza alzare la mano, senza gridare, senza usare parole evidenti. Scrivevo come se mi stessi difendendo. Ma stavo cercando una connessione.

La scrittura come appiglio, non come soluzione

Quando attraversi certi momenti — quelli in cui tutto sembra traballare — può capitare che parlare non basti. O che non ci riesci. Le parole dette ad alta voce sembrano sempre goffe, inadeguate, oppure troppo. E allora ho sempre trovato rifugio in una pagina. Non per spiegarmi. Ma per restare in piedi.

La scrittura come terapia non mi ha mai “salvata” nel senso hollywoodiano del termine. Non ha cancellato le difficoltà, non ha eliminato il dolore.
Ma mi ha permesso di non lasciarlo tutto addosso.
L’ho potuto spostare un po’ più in là. Guardarlo da un’altra angolazione. Raccontarlo come se fosse accaduto a qualcun altro. E in quel piccolo spostamento, c’è stato spazio per respirare.

Scrivo perché non so sempre come chiedere aiuto

Ho amici, affetti, persone che mi vogliono bene. Eppure, nei momenti più fragili, la tentazione è quella di stringersi, di diventare invisibili, di non disturbare nessuno.
Ma scrivere no. Quello non disturba. Scrivere mi sembra di poterlo fare senza chiedere il permesso, senza dover spiegare il perché, senza dover giustificare il mio malessere.
E se qualcuno leggerà — se qualcuno capirà — allora non sarò stata sola.

Alcuni dei testi più intimi che ho scritto sembravano, all’apparenza, innocui. Magari parlavano di una stanza, di una tazza lasciata sul tavolo, di un personaggio che non riesce a dormire.
Ma ogni frase portava con sé un nodo. Un nodo mio. Che forse non si è sciolto, ma almeno è stato visto.

Scrivere per esistere, non solo per esprimere

Con il tempo ho imparato a riconoscerlo: quel bisogno muto di dire ci sono. Non in modo eclatante, non per apparire. Ma per lasciare una traccia che parli anche quando non riesco a parlare.
Scrivere è diventato un modo per restare in contatto con me stessa, anche nei giorni in cui fatico a capirmi.
Un modo per dirlo — a chi legge, forse — ma anche per ricordarlo a me: che sentire troppo non è un errore. Che avere bisogno non è una debolezza. Che posso chiedere aiuto, anche senza dirlo.

E forse è proprio per questo che continuo a scrivere, anche quando non ho niente da dire. Perché so che, tra le righe, qualcosa verrà fuori. E magari, una parte di me verrà accolta.

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Continuo a scrivere perché, per me, la scrittura come terapia è il modo più sincero che conosco per restare.


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Commenti

2 risposte a “Scrittura come terapia: perché scrivo nei momenti difficili”

  1. Avatar Le perle di R.

    Tra le righe si nasconde sempre qualcosa di noi, anche se non tutti sono in grado di riconoscerlo.
    Grazie per aver condiviso una parte così intima di te

  2. Avatar Francesca

    Grazie a te Rita per averla letta ed aver lasciato un commento 🪷

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