Lo sguardo intenso di una donna

La vita non comincia dopo

Il rischio di aspettare condizioni perfette mentre il presente continua a scorrere

Rimandare la felicità significa vivere aspettando che arrivi la condizione giusta per stare bene, senza accorgersi che nel frattempo la vita continua a passare attraverso giorni che consideriamo soltanto provvisori.

Esiste un modo molto discreto di rimandare la propria vita che non assomiglia affatto all’immobilità. Si lavora, si fanno progetti, si affrontano responsabilità, si organizzano settimane e si raggiungono anche obiettivi importanti, eppure una parte di noi continua a comportarsi come se la vita vera dovesse cominciare più avanti. Sarò più serena quando avrò risolto questo problema. Mi godrò le giornate quando avrò meno lavoro. Tornerò a occuparmi di me quando i figli saranno più autonomi. Viaggerò quando avrò più tempo. Ricomincerò a scrivere quando la situazione sarà più tranquilla. Starò meglio quando avrò preso quella decisione. La frase cambia, ma la struttura rimane la stessa: quello che desideriamo viene collocato in un futuro nel quale immaginiamo che le condizioni saranno finalmente favorevoli.

A prima vista sembra un ragionamento sensato. Esistono periodi nei quali alcune priorità devono necessariamente venire prima di altre e sarebbe ingenuo sostenere che possiamo vivere ogni giorno come desideriamo ignorando lavoro, problemi economici, responsabilità familiari o difficoltà personali. Il punto non è pretendere una vita priva di vincoli. Il problema comincia quando il rinvio smette di essere temporaneo e diventa il modo abituale con cui ci rapportiamo all’esistenza. Aspettiamo continuamente che qualcosa finisca prima di autorizzarci a vivere ciò che conta e, una volta superato quell’ostacolo, ne compare quasi sempre un altro.

“Sarò felice quando…”: la promessa che continua a spostarsi

Una donna di cinquantadue anni attraversa da tempo un periodo professionale molto impegnativo. Da mesi ripete che, appena il lavoro diminuirà, tornerà a vedere le amiche, riprenderà a camminare e dedicherà più tempo alla lettura, che ha sempre amato. Arriva finalmente un periodo meno intenso, ma nel frattempo compare un nuovo problema familiare. Decide quindi di aspettare ancora. Qualche mese dopo la situazione migliora, ma sente di dover recuperare ciò che ha trascurato sul lavoro. Passa un altro anno e quella vita che avrebbe dovuto riprendere “appena possibile” è rimasta esattamente dove l’aveva lasciata. Non ha scelto consapevolmente di rinunciare alle cose che le piacevano. Ha continuato a considerarle rinviabili.

È proprio questo a rendere il meccanismo difficile da riconoscere. Raramente diciamo a noi stessi che non vogliamo vivere una parte della nostra vita. Diciamo che lo faremo più avanti. Il futuro diventa così un luogo immaginario nel quale avremo più tempo, più energie, meno preoccupazioni e una maggiore libertà di scegliere.

La difficoltà è che quel futuro perfettamente sgombro dagli imprevisti raramente arriva. Cambiano i problemi, cambiano le responsabilità, cambiamo anche noi. La vita non procede attraverso una successione ordinata di fasi nelle quali prima sistemiamo tutto e poi finalmente iniziamo a viverla. Le cose belle e quelle difficili tendono a sovrapporsi molto più di quanto vorremmo.

Vivere sempre in preparazione

Esiste poi una forma di attesa ancora più sottile: quella di chi vive continuamente in preparazione della propria vita.

Un uomo di quarantasei anni lavora molto perché vuole raggiungere una maggiore stabilità economica. Ha un obiettivo preciso e perfettamente comprensibile. Rinuncia per alcuni anni a molto tempo libero, convinto che lo recupererà una volta raggiunta una determinata posizione. Quando finalmente arriva, però, scopre che quella posizione comporta nuove responsabilità. Lo stipendio è migliore, ma anche le aspettative sono aumentate. Decide allora che rallenterà dopo il prossimo avanzamento, poi dopo aver estinto una parte del mutuo, poi quando avrà accumulato una certa cifra.

A sessant’anni potrebbe guardarsi indietro e scoprire di aver trascorso una parte considerevole della propria vita preparandosi a una tranquillità che ha continuato a rimandare.

Non c’è nulla di sbagliato nell’investire sul futuro. Rinunciare a una gratificazione immediata per costruire qualcosa di importante è una capacità adulta e, in molti casi, necessaria. Il problema nasce quando il futuro diventa talmente importante da trasformare il presente in materiale da sacrificare.

Possiamo riconoscere questa dinamica osservando il linguaggio che utilizziamo. Se una parte consistente delle cose che desideriamo comincia sempre con “quando avrò”, “quando finirà”, “quando riuscirò”, “quando sarò”, vale la pena fermarsi a capire se stiamo costruendo il futuro oppure rimandando continuamente il presente.

L’illusione della condizione perfetta

Molte attese nascono da una convinzione comprensibile: per fare qualcosa che desideriamo servono le condizioni giuste. Per ricominciare a scrivere servirebbe più tempo. Per prendersi cura del corpo bisognerebbe avere giornate meno impegnative. Per frequentare qualcuno con maggiore regolarità occorrerebbe essere più liberi. Per iniziare un progetto sarebbe meglio avere maggiore sicurezza economica. Per concedersi un viaggio sarebbe preferibile aver risolto prima altri problemi. A volte è vero. Ma altre volte dietro la ricerca delle condizioni giuste si nasconde la richiesta di condizioni perfette.

Una donna di sessant’anni desidera da anni frequentare un corso di pittura. Ogni volta trova una ragione sensata per rimandare: gli orari non sono ideali, il luogo è un po’ distante, quel periodo dell’anno è troppo impegnativo. Non sta inventando difficoltà inesistenti. Tutte le obiezioni hanno una parte di verità. Il problema è che, sommate, producono una conseguenza molto concreta: non dipinge mai.

Non serve domandarsi se le condizioni siano ideali. Può essere più utile chiedersi se siano sufficientemente buone. È una differenza importante. Aspettare la condizione perfetta ci mette nelle mani delle circostanze; accettare una condizione sufficientemente buona ci restituisce una parte della scelta.

Il presente non deve meritarsi di essere vissuto

Una delle idee più insidiose riguarda la convinzione che il benessere debba essere conquistato dopo aver sistemato ciò che non funziona. Prima il dovere, poi il piacere. Prima i problemi, poi la vita. Prima diventiamo la persona che dovremmo essere, poi potremo finalmente sentirci soddisfatti.

Questo modo di pensare può trasformare anche la crescita personale in una lunga anticamera. Ci convinciamo che potremo stare bene quando saremo più sicuri, più organizzati, più risolti, più capaci di mettere confini o meno condizionati dal giudizio altrui. In pratica chiediamo alla versione futura di noi stessi di ottenere il diritto a una serenità che neghiamo a quella presente. Eppure la persona che siamo oggi, con le sue parti ancora irrisolte, non è una bozza.

Una donna di quarantanove anni evita da tempo di andare al mare con alcune amiche perché non si sente a proprio agio con il corpo. Continua a dirsi che lo farà dopo aver perso qualche chilo. Passano due estati e il problema non è più soltanto il peso: nel frattempo ha rinunciato a giornate che desiderava vivere. Il punto non è convincerla che debba sentirsi bella a tutti i costi, né negare il disagio che prova. È chiedersi se quel disagio debba avere il potere di sospendere una parte della sua vita.

Possiamo avere qualcosa da migliorare e, nello stesso tempo, vivere. Possiamo essere preoccupati e ridere durante una cena. Possiamo attraversare un periodo complicato e concederci una giornata piacevole. Possiamo avere un problema ancora aperto e continuare a coltivare qualcosa che ci interessa. La vita adulta raramente ci offre il lusso di risolvere un problema alla volta.

Non aspettare la grande occasione per vivere ciò che conta

Quando pensiamo a una vita più piena tendiamo a immaginare grandi cambiamenti: un viaggio importante, un nuovo lavoro, più denaro, una casa diversa, una relazione finalmente soddisfacente. Molto del nostro benessere, però, passa attraverso esperienze assai meno spettacolari.

Un uomo di sessantasette anni, da poco in pensione, racconta di aver aspettato per anni quel momento immaginando tutto ciò che avrebbe fatto una volta libero dal lavoro. Nei primi mesi si accorge però che non sa bene come utilizzare il tempo. Aveva costruito l’idea della libertà futura, ma non aveva mantenuto vivi gli interessi con cui riempirla.

Comincia allora da qualcosa di piccolo: una mattina alla settimana va al mercato senza fretta, riprende a cucinare un piatto che preparava da giovane e telefona a un amico che vedeva raramente. Nessuna di queste cose corrisponde alla grande vita immaginata durante gli anni di lavoro. Eppure sono proprio quelle esperienze ordinarie a restituire consistenza alle giornate. È facile sottovalutare ciò che possiamo fare oggi perché appare troppo piccolo rispetto a ciò che vorremmo fare domani.

Se non possiamo partire per un mese, possiamo trascorrere una giornata in un luogo nuovo. Se non abbiamo due ore per leggere, possiamo proteggerne venti minuti. Se non possiamo cambiare lavoro immediatamente, possiamo cominciare a esplorare alternative. Se una passione non può ancora diventare una parte importante della nostra settimana, possiamo evitare che scompaia completamente. Non è un invito ad accontentarsi. È un modo per impedire che tutto ciò che conta venga continuamente trasferito nel futuro.

Abitare il presente senza rinunciare ai progetti

Vivere nel presente è diventata un’espressione talmente utilizzata da rischiare di perdere significato. Non significa smettere di progettare, ignorare le conseguenze delle nostre scelte o rinunciare a costruire qualcosa che richiede tempo. Un futuro desiderato ha bisogno di impegno e, a volte, anche di sacrifici.

La questione riguarda l’equilibrio tra ciò che stiamo costruendo e ciò che continuiamo a rimandare per costruirlo. Può essere utile fare un piccolo inventario personale. Quali cose continuiamo a collocare nel futuro? Da quanto tempo? Che cosa stiamo aspettando esattamente? Quella condizione è realmente necessaria oppure renderebbe soltanto tutto più facile? Esiste una versione più piccola di ciò che desideriamo che potrebbe entrare nella nostra vita già adesso?

Se desideriamo riprendere a scrivere, per esempio, aspettare una settimana libera potrebbe significare non iniziare mai. Dieci minuti due volte alla settimana sembrano poco, ma mantengono aperto uno spazio. Se desideriamo vedere più spesso una persona, non occorre aspettare una giornata intera disponibile per organizzare qualcosa di memorabile: un caffè può avere un valore molto maggiore di un incontro perfetto continuamente rimandato. La domanda utile non è soltanto “che cosa voglio costruire per il futuro?”, ma anche “che cosa non voglio perdere mentre lo costruisco?”.

La vita non comincerà dopo

Forse la parte più difficile da accettare è che non arriverà un momento nel quale tutto sarà finalmente sistemato. Potranno esserci periodi più sereni, maggiore stabilità e problemi che troveranno una soluzione, ma altri aspetti resteranno aperti e nuove difficoltà prenderanno il posto di quelle superate.

Continuare ad aspettare che la vita diventi completamente disponibile significa rischiare di incontrarla sempre con qualche anno di ritardo. Questo non richiede di trasformare ogni giornata in un’esperienza significativa o di sentirsi grati per qualunque cosa accada. Sarebbe un’altra forma di pressione. Esistono giornate da attraversare, periodi difficili e responsabilità che occupano quasi tutto lo spazio. Possiamo però smettere di considerare il presente soltanto come il prezzo da pagare per raggiungere un futuro migliore.

Ogni tanto può essere utile osservare ciò che continuiamo a prometterci per “dopo” e scegliere una sola cosa da riportare nel presente. Non tutta. Una parte. Una telefonata. Un libro. Una passeggiata. Un’ora dedicata a qualcosa che amiamo. Un incontro che continuiamo a rimandare. L’inizio imperfetto di un progetto. Perché i progetti danno direzione alla vita, ma non dovrebbero sostituirla.

E mentre aspettiamo il momento giusto per vivere come vorremmo, sarebbe bene ricordare che anche questi giorni, quelli imperfetti, pieni di cose da sistemare e lontani dalla versione ideale che avevamo immaginato, non sono un intervallo. Sono già la nostra vita.


FAQ

Rimandare qualcosa significa sempre rimandare la propria vita?

No. Saper aspettare e stabilire delle priorità è necessario. Il problema emerge quando ciò che ci fa stare bene viene rinviato sistematicamente e la condizione necessaria per recuperarlo continua a spostarsi.

Come capire se sto aspettando condizioni realmente necessarie o condizioni perfette?

Può essere utile chiedersi che cosa accadrebbe se iniziassimo in una forma più piccola o imperfetta. Se l’attività è possibile ma viene evitata perché non potremmo viverla esattamente come desideriamo, potremmo stare aspettando condizioni ideali più che necessarie.

Concentrarsi sul presente significa avere meno ambizioni?

No. È possibile costruire obiettivi a lungo termine senza considerare tutto ciò che viene prima come un periodo da sacrificare. L’ambizione diventa problematica quando il valore della vita viene continuamente subordinato al prossimo risultato.

Come smettere di pensare “sarò felice quando…”?

Non serve eliminare ogni desiderio futuro. Può essere più utile individuare ciò che quel futuro rappresenta: libertà, tempo, tranquillità, creatività, relazioni. A quel punto possiamo domandarci se una piccola parte di quel bisogno possa trovare spazio già nella vita attuale.

E se il periodo che sto vivendo è realmente molto difficile?

In alcune fasi le possibilità si riducono e non è realistico pretendere di vivere come se il problema non esistesse. Anche allora, però, può essere importante proteggere piccoli spazi che ricordino che la propria identità non coincide interamente con la difficoltà attraversata.

Come mantenere i progetti senza vivere sempre nel futuro?

Può aiutare affiancare a ogni obiettivo futuro una domanda sul presente: “Che cosa voglio preservare mentre cerco di raggiungerlo?”. In questo modo il progetto rimane una direzione senza trasformare gli anni necessari per realizzarlo in una lunga sala d’attesa.


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Commenti

2 risposte a “La vita non comincia dopo”

  1. Avatar Eletta Senso

    Parole sante. È proprio così. Difficile capire che il presente è adesso. Vivere intensamente ogni attimo senza procrastinare. Grazie per la tua riflessione 🩵

  2. Avatar Francesca

    Grazie a te per il commento. È una cosa che mi riguarda molto da vicino e sentivo l’ esigenza di condividere. 🌷

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