La sindrome dell’impostore nella scrittura
La sindrome dell’impostore si fa sentire proprio nei giorni in cui mi sembra di non aver capito niente, né della scrittura né di me stessa.
Ci sono giorni in cui mi sembra di non aver capito niente. Né della scrittura, né di me stessa. Giorni in cui ogni parola che ho pubblicato — ogni racconto, riflessione, frase — mi appare come un trucco ben riuscito. Un gioco d’illusionismo, un modo per far credere che io abbia qualcosa da dire.
Eppure, non sono una che bluffa. Non so farlo nemmeno nella vita. Ma la scrittura… la scrittura è un luogo ambiguo. Ti ci affezioni, ti ci rifugi, poi ti scappa di mano. Diventa più grande di te. Ed è lì che arriva il dubbio: “E se non fossi davvero una quello che sento di essere? E se stessi solo mettendo insieme cose che suonano bene?”
Lo so che non sono l’unica. La sindrome dell’impostore, anche se non la chiamiamo sempre così, ci ha sfiorati tutti. È quel momento silenzioso in cui senti che non vali quanto gli altri credono. Che ti stanno sopravvalutando. Che un giorno se ne accorgeranno.
Nel mio caso, capita spesso dopo che pubblico qualcosa di importante per me. Un racconto che ho amato. Un articolo in cui ho messo dentro una parte viva. Ricevo messaggi belli, apprezzamenti veri, e io… mi stringo nelle spalle. Non riesco a sentirmeli addosso. Come se avessero scritto a un’altra.
Altre volte, la sensazione arriva senza preavviso. Basta leggere qualcosa di incredibile scritto da qualcun altro. Un dialogo perfetto, una pagina che mi commuove, e in un attimo mi confronto. “Non sarò mai così brava.”
Ma poi mi fermo. Respiro. E mi ricordo una cosa fondamentale: scrivere non è una gara di talento. È una relazione.
Una relazione con le parole, con la parte più sincera di me, con chi leggerà. E in una relazione, non si è sempre all’altezza. A volte si ha paura. A volte si esagera, si finge, si scappa. Ma si continua.
Quando arriva la sindrome dell’impostore, scrivere è il modo che ho per restare: continuare nei giorni in cui non ci credo. Nei giorni in cui mi sento una truffa.Scrivere per attraversare quella voce interna che mi dice “non sei abbastanza” e arrivare fino a quella più tenera che sussurra: “sei viva, scrivi lo stesso.”
Mi aiutano le piccole cose. Ritrovare un appunto scritto tempo fa che oggi suona vero. Rileggere un paragrafo dimenticato e scoprire che, forse, qualcosa l’avevo capita. Oppure ricevere un messaggio da una lettrice che mi scrive: “Sembrava che fossi nella mia testa.”
Ecco, allora penso che non serve essere perfetti, né geniali. Serve essere onesti. Serve esserci. E io ci sono. Anche nei giorni storti. Anche quando mi sento una comparsa nella mia stessa storia.
La sindrome dell’impostore torna, ogni tanto. Ma non decide più se posso scrivere oppure no.


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