Scrivere in modo autentico significa rinunciare a compiacere
A volte scrivere in modo autentico significa accettare una forma di solitudine. Le parole nascono in uno spazio che non sempre restituisce subito un segnale, come se l’eco di ciò che si scrive si disperdesse prima ancora di raggiungere qualcuno disposto ad ascoltare davvero. Non so se accada a tutti gli scrittori, ma a me capita spesso di avere la sensazione che ciò che scrivo resti sospeso, come se il senso delle frasi si muovesse in un vuoto temporaneo.
Eppure continuo a scrivere lo stesso, non perché sia certa di essere compresa o letta, ma perché la scrittura, prima ancora di diventare comunicazione, è un modo per restare fedele a qualcosa che dentro di me chiede di essere detto.
Scrivere per dire qualcosa di vero
Per molto tempo ho scritto con l’aspettativa, più o meno dichiarata, di ricevere una reazione. Bastava poco: qualcuno che mi dicesse che il racconto lo aveva colpito, che una frase gli era rimasta impressa, che la storia aveva suscitato un pensiero. Con il tempo, però, ho iniziato a capire che esiste una differenza profonda tra scrivere per ottenere una risposta e scrivere per dire qualcosa che si sente davvero necessario.
Con il tempo ho iniziato a capire che scrivere in modo autentico non significa cercare l’effetto giusto, ma restare fedeli a ciò che una storia chiede davvero di essere.
Quando la scrittura nasce da questa seconda spinta, cambia il rapporto con il testo. Non si scrive più per convincere o per produrre un effetto preciso, ma per restare fedeli a una verità interiore che non sempre è ordinata, elegante o immediatamente comprensibile. In quel momento la scrittura smette di essere un gesto orientato verso l’esterno e diventa un atto di integrità personale.
Quando si parla di scrivere in modo autentico, spesso ci si avvicina a ciò che in ambito letterario viene definito testo espressivo, cioè una forma di scrittura in cui l’autore comunica sentimenti, stati d’animo e riflessioni personali partendo dalla propria esperienza.
Quando un lettore si riconosce nella storia
Ricordo con chiarezza un racconto che ho scritto in una fase delicata della mia vita. Parlava di un’assenza, di quelle presenze che si accorgono di essere mancate solo dopo, quando il tempo ha già cambiato la forma delle cose. Non avevo raccontato a nessuno che quella storia, in realtà, toccava qualcosa di molto vicino alla mia esperienza personale.
Per me era semplicemente un racconto tra gli altri. Poi, mesi dopo la pubblicazione, ho ricevuto una mail da una lettrice che mi ha scritto solo due righe: mi diceva che quella storia l’aveva fatta piangere e che, mentre la leggeva, aveva avuto la sensazione che parlasse della sua vita.
Non avevo cercato quell’effetto e non avevo costruito la storia per commuovere qualcuno. L’avevo scritta perché non riuscivo a fare altro in quel momento. Eppure qualcuno l’aveva sentita davvero, qualcuno si era riconosciuto in quelle parole, e per un istante ho avuto la sensazione molto concreta di essere stata vista.
Forse è proprio questo il paradosso: quando non si cerca di colpire qualcuno, le parole riescono comunque a raggiungere chi le riconosce.
Scrivere in modo autentico e connessione con il lettore
Ci sono parole che sembrano nascere solo per chi le scrive e che invece, proprio perché non cercano di dimostrare nulla, riescono a raggiungere anche altri. Non accade perché siano state costruite perfettamente o perché seguano una tecnica impeccabile, ma perché nascono da un punto di verità che non ha bisogno di convincere.
Quando la scrittura parte da quel luogo interiore, si crea una possibilità inattesa di incontro tra chi scrive e chi legge. È come se si aprisse una linea invisibile che permette a due esperienze diverse di riconoscersi, anche senza spiegazioni dettagliate.
Scrivere come esercizio di integrità
Con il tempo ho iniziato a considerare la scrittura come un esercizio di integrità. Non so chi leggerà davvero ciò che scrivo e non so se qualcuno riuscirà a coglierne fino in fondo il significato, ma so che ogni volta che rinuncio a compiacere e mi avvicino invece a ciò che sento davvero, la scrittura diventa più essenziale.
A volte questo significa accettare testi meno levigati, meno rassicuranti, persino più ruvidi di quanto vorremmo. Eppure capita che proprio in quei momenti arrivi qualcuno che dice semplicemente: “Anche io mi sono sentita così”.
Quando succede, non serve aggiungere altro. In quel breve riconoscimento si comprende che la scrittura ha fatto il suo lavoro: non ha risolto tutto, ma ha creato uno spazio condiviso in cui chi scrive e chi legge smettono, almeno per un momento, di sentirsi soli.
Alla fine ho capito che scrivere in modo autentico non significa spiegare tutto o trovare sempre una conclusione, ma creare uno spazio in cui chi scrive e chi legge possano riconoscersi senza dover aggiungere altro.


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