Ma che scrivono con me
Non sempre mi sento un’autrice. Nonostante le storie pubblicate, le parole trovate, i commenti ricevuti. Nonostante le ore dedicate a scrivere quando nessuno guardava.
Ci sono giorni in cui mi siedo davanti alla pagina e penso: Ma ha ancora senso?
E se quello che ho da dire fosse già stato detto, meglio, da qualcun altro?
E se non bastasse mai?
Non lo racconto spesso. Non si dice. Si continua, si pubblica, si “produce”. Ma l’insicurezza creativa è una presenza costante, discreta, e a volte rumorosa.
Una compagna invisibile che cammina accanto a me ogni volta che scrivo qualcosa di nuovo.
Dubito prima di iniziare
Succede ogni volta che ho un’idea che mi tocca davvero.
Più sento che quella storia mi appartiene, più la voce dentro mi dice: lascia perdere, è troppo fragile.
Ho imparato che quel dubbio è un segnale buono: se temo di non essere all’altezza, è perché ci tengo davvero.
Dubito mentre scrivo
Capita spesso a metà racconto. Quando ho già scritto abbastanza da non poter tornare indietro, ma non ancora abbastanza da vedere dove sto andando.
È una terra di mezzo in cui mi sento smarrita.
Lì nascono le insicurezze peggiori:
– Forse è tutto scontato
– Forse il personaggio non regge
– Forse sto solo girando in tondo
Eppure ho imparato a resistere senza risposte. A scrivere comunque. A finire anche quando la voce interiore dice: non serve a nulla.
Perché spesso il senso si rivela solo dopo. Nella rilettura. Nella distanza.
Dubito anche quando finisco
Quando rileggo un racconto “chiuso”, il primo istinto è sabotarlo.
Togliere, riscrivere, cambiare tutto.
Mi chiedo se sia troppo lento. Troppo criptico. Troppo “mio”.
Poi lo lascio lì, qualche giorno. E quando torno a leggerlo, spesso capisco che non era perfetto, ma era vero.
E questo, per me, vale più di tutto.
L’insicurezza non è un ostacolo. È una bussola.
Mi guida verso quello che temo scrivere. Mi ricorda che ogni testo nuovo è un rischio. E che se tutto mi sembra facile, forse non sto scrivendo davvero. Sto ripetendo.
Non ho mai smesso di avere dubbi. Ma oggi li ascolto meglio. Li scrivo, a volte. Li tengo accanto, come parte del mio processo. Perché scrivere non è mai un atto di certezza. È un atto di fiducia silenziosa. Nelle parole. Nella storia. In chi legge.
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